Intervista al regista Jo Coda

Giovanni Coda

Intervista di Sarah  Panatta

Riceviamo e pubblichiamo l’intervista di Sarah Panatta al regista Giovanni Coda, che recentemente ha ricevuto da Anne Paxton, direttrice del SJFFI- Social Justice Film Festival & Institute di Seattle,  ed Aurora  Martin (programmatrice SJFFI), l’invito a far parte del prestigioso ed innovativo  Advisor Council For The Social Justice Film Festival & Institute di Seattle, Comitato Scientifico composto da autori, registi, produttori, artisti, imprenditori illuminati ed indipendenti, che si occuperà sia della programmazione del Festival che dell’attività di sensibilizzazione e comunicazione. I componenti del Comitato saranno dunque ambasciatori del Festival  nel  mondo,  promuovendo  studi  e  incontri  di  coscienza collettiva  legata  ai  temi  sociali,  per  dare  voce  ed  occhi  a tematiche umane di enorme attualità, già affrontate da Coda nelle proprie realizzazioni, narrando storie che esprimono la loro necessarietà nel visualizzare un cambiamento tanto nell’ambito dell’arte cinematografica, quanto, per il tramite di quest’ultima, nell’ambito sociale. Un mutamento che vada ad interessare la rituale quotidianità, le sue amarezze, i suoi tanti impedimenti, resi possibili quest’ultimi dal non voler assolutamente considerare l’eguaglianza, a parità di diritti e doveri, fondata sulla base di una conclamata diversità, valore condivisibile quindi e non certo una discriminante.

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 Storia di sudore, lacrime e sangue ma The show must go on. La storia di come alla fine non solo ce l’avete fatta, avete girato, avete compiuto il set e…

“E’ stato davvero difficile chiudere le riprese di Histoire d’Une Larme  – abbiamo fatto del nostro meglio! Abbiamo rispettato le regole, ci siamo organizzati al meglio e alla fine siamo entrati, proprio in questi giorni, in post produzione”.

Adesso che percorso avrà il film?

“Per ora lavoriamo alla post produzione e dopo vedremo che percorso affrontare. Il periodo, come tutti sappiamo, è difficile e complesso, ho deciso che il film non sarà presentato prima della prossima primavera. Farò dei test in streaming, con delle clip, poi attenderemo tempi migliori. Histoire è una storia ma per questo anche la storia del diritto di vivere e di morire, liberi. Torniamo a quando e come nasce l’idea e l’esigenza di questa opera. Il tema del fine vita, del suicidio assistito, dell’eutanasia è la naturale evoluzione del mio lavoro sulla violenza di genere. Sono favorevole e sostengo il tema e seguo con attenzione il lavoro dell’Associazione Coscioni, ne condivido i valori ma soprattutto la lotta”.

L’estate è passata spazzando dietro una stagione di cinema negato, per la maggioranza degli autori. Soprattutto per le opere più difficili, strutturate e socialmente impegnate gli indipendenti che non possono permettersi un burraco per sfangarsela… Che succede ora?

“Non ho idea! E’ stato tutto così veloce, travolgente che siamo tutti ancora increduli. Poi l’arte ha pagato un caro prezzo, tutti i lavoratori lo hanno pagato, ma gli artisti hanno scoperto – tra le altre cose – di non essere considerati dei lavoratori e non è stata una bella scoperta. Ora ci sarà da sperare, da esigere soprattutto, che la politica revisioni se stessa, soprattutto  quella legata alla cultura e riveda quegli aspetti che considerano l’arte puro e semplice intrattenimento – o qualcosa del genere – Il cinema indipendente è in grande sofferenza, ci sarà bisogno dell’aiuto di tutti per non farlo scomparire”.

A proposito di lavoro e di sistemi culturali che fanno barriera contro se stessi. Stai portando avanti un importante film che racconta storie di donne, di “spose” dei tempi di oggi e dei tempi che furono, storie di Sardegna e di Italia, dimenticate e terrificanti che oggi come non mai sono necessarie… Anche questa una battaglia senza tregue, contro burocrazie e indifferenza?

“E’ una domanda  complessa, vediamo se prendendo in prestito e  rielaborando un famosissimo monologo  riesco a  dare una risposta degna a questa domanda. Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: Se ti riferisci al film La Sposa Nel Vento si, posso dire che anche io ho visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. Navi che non volevano attraccare in nessun porto, perché nessun porto è sicuro e quindi è meglio tenersi al largo. La conseguenza è che tutti quei momenti e quelle vite spezzate  andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia”.

A livello pratico e simbolico come commenti l’invito a partecipare all’Advisory Council del Social Justice Film Festival di Seattle? Raccontaci in concreto questo prestigioso ruolo.

“Sono stato contattato da Anne Paxton (Direttrice del Festival) che mi ha invitato ad aderire a questo comitato scientifico. Per me è stato davvero emozionante ed e lo è stato ancora di più accettare questo prestigioso incarico, che condividerò con un gruppo di preziosi colleghi in un contesto culturale internazionale di grande impegno nonché prestigio”.

 

 

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