Itaker – Vietato Agli Italiani

Itaker – Vietato agli italiani – Italia/Romania 2012 – di Toni Trupia

Drammatico – 98′ 

Scritto da Nicole Musto (fonte immagine: mymovies.it)

Italia, 1962. Il piccolo Pietro, rimasto orfano di madre, parte per ritrovare il padre emigrato in Germania anni prima. Ad accompagnarlo in questo viaggio c’è Benito, un giovane napoletano, disposto a tutto per tornare in Germania e cercare lì la sua fortuna.

Itaker, ovvero Italianacci, così venivano definiti gli italiani emigrati in Germania, coloro che avevano scelto di lasciare la propria terra in cerca di un futuro migliore, di un lavoro che gli permettesse di mandare qualche soldo a casa, e questo è il contesto che fa da sfondo alla vicenda narrata. I protagonisti, Pietro e Benito, affrontano insieme un viaggio alla ricerca di una nuova esistenza, di una nuova identità: per Pietro, rimasto orfano a 9 anni, la meta è il ricongiungimento con il padre, Benito invece è determinato nel cercare un riscatto personale ed è pronto a fare qualsiasi cosa pur di ottenerlo. Attraverso gli occhi di questi due personaggi così diversi, siamo in grado di comprendere a pieno le vicissitudini che affrontano nel loro percorso. L’abilità del regista Toni Trupia sta proprio nella scelta di raccontarci la vita degli emigrati negli anni ’60, fatta di espedienti, duro lavoro e difficoltà di integrazione, tramite due punti di vista tanto distanti, che spesso si incontrano e si scontrano, ma che insieme rendono un’immagine profonda, articolata e coinvolgente della vicenda. Questo tipo di espediente non è nuovo al genere cinematografico (un esempio su tutti La vita è bella di Benigni), ma qui non c’è legame di parentela e durante il film assistiamo all’evolversi del rapporto tra Benito e Pietro: da perfetti estranei li scopriamo sempre più legati l’uno all’altro, aspetto che aggiunge alla trama una nota sentimentale che fa da contraltare a uno scenario spesso crudele. Davvero apprezzabile complessivamente il lavoro del regista, capace di offrire allo spettatore uno squarcio di realtà storica ben ricostruita, calibrando a dovere verità e pathos, coadiuvato nella realizzazione da un cast di tutto rispetto: Francesco Scianna (L’industriale, Vallanzasca: Gli angeli del male, Baaria, La tigre e la neve) è Benito, Monica Birladeanu (Diaz- Don’t clean up this blood, Vallanzasca: Gli angeli del male) nel ruolo di Doina, giovane rumena anche lei emigrata in Germania, che lavora come cameriera nell’osteria del boss Pantanì interpretato da Michele Placido (Il Caimano, Un eroe borghese, Mery per sempre, Pizza connection, Ernesto, solo per citarne alcuni). Tutti autori, insieme all’esordiente Tiziano Talarico nei panni di Pietro, di una notevole prova recitativa, misurata e attenta, che non sfiora mai lo stereotipo dell’emigrante italiano, ma che fa emergere con dignità, crudezza in alcuni casi, ma soprattutto credibilità l’animo di questi personaggi, le loro passioni, i loro desideri e le loro fragilità. Degna di nota inoltre la cura riservata al sonoro e la volontà di riprodurre un pastiche linguistico basilare in un racconto di questo genere: i personaggi parlano in italiano, ma si sentono anche il tedesco, le cadenze dialettali, oltre che le parlate dei personaggi secondari di provenienza straniera. Brevissimo cenno anche per la fotografia, in armonia e sinergia con la regia, che si esalta particolarmente in alcune immagini, risultando potente e fortemente evocativa. In breve il film affronta una tematica di estrema attualità raccontando la nostra vicenda di popolo emigrante, dandone un quadro onesto e verosimile, con l’intento sottile di stimolare lo spettatore a riflettere ed eventualmente riconoscere alcune analogie con la situazione attuale. Tramite Pietro e Benito compiamo anche noi un breve viaggio nella nostra identità, al termine del quale una maggiore consapevolezza del nostro passato ci invita ad un’analisi più profonda della contemporaneità.

Voto: 7

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