Segreti di Famiglia

Louder Than Bombs – Norvegia/Francia/Danimarca/Stati Uniti 2015 – di Joachim Trier

Drammatico – 109′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

È un film profondamente nordico ed esistenzialista la terza opera di Joachim Trier, considerato uno degli autori più promettenti dell’area scandinava. Segreti di famiglia, selezionato per il festival di Cannes 2015, ha in effetti una capacità di analisi e rappresentazione della complessità psicologica umana che non è così comune. Attraverso una regia polifonica si spazia in continuazione nelle vicende dei protagonisti, alternando narrazioni e punti di vista, quasi alla maniera del Dostoevskij dei Fratelli Karamazov, o, per stare in ambito più limitrofo spazialmente e stilisticamente, al Gus Van Sant più sperimentale; si analizzano minuziosamente le nevrosi, le ansie, i dubbi, le contraddizioni consce e inconsce che sembrano colpire soprattutto gli uomini della famiglia Reed. È per certi verso un film molto freudiano quello di Trier: le turbe esistenziali sono sempre molto fisiche, materiali e carnali, collegandosi o cercando uno sbocco in (in)soddisfazioni sessuali che non disprezzano il tradimento extra-coniugale. Il racconto, condotto in modo minuzioso, è esente da considerazioni e giudizi morali su fatti e azioni inopportuni che vengono sempre analizzati con estremo rigore razionalistico, con un approccio tipicamente nordico che mal si concilia con la spiritualità stravagante dei popoli mediterranei; motivo per cui la visione potrà sembrare a qualcuno noiosa e priva di consistenza narrativa. Che ci sia in effetti l’impressione di girare a vuoto attorno ad una trama priva di sbocchi consistenti è verissimo, ma la sostanza del film non sta in sé nel soggetto e nella sceneggiatura, quanto piuttosto nella capacità con cui viene raccontata, a partire dalla rappresentazione della vita giovanile, in cui spicca un sorprendente Devin Druid; ma in generale tutti gli attori, raccolti attorno ad un cast notevole e ben scelto, svolgono bene la propria parte, predominando in ognuno quello che in un altro secolo si sarebbe chiamato “mal de vivre”. Si erge più in alto di tutti la prestazione di Isabelle Huppert, nel difficile ruolo di una donna incapace di coniugare il proprio svuotamento esistenzial-morale, un lavoro di successo, un matrimonio ormai consumato ed una famiglia affettuosa ma in cui non trova un proprio ruolo. La serie di “piccoli eventi” su cui si snoda il film si fonda proprio sulla generalizzata sorpresa maschile di constatare la fragilità e l’incapacità della donna nel ricoprire senza falle la propria molteplice figura di madre-moglie-lavoratrice. Da questo punto di vista Segreti di Famiglia si presenta come un’opera che propone anche, ma non solo, una profonda riflessione sulla condizione della donna odierna, e sull’ancora inadeguata mentalità maschile, vincolata a inconsci stereotipi e dogmi nella rappresentazione iconica del gentil sesso. Trier racconta tutto ciò (cioè molto poco, a livello di trama) con garbo ed una grazia artistica notevole, capace di passare da scene fredde ed essenziali a piccoli e squisiti ricami di pizzo, in un incrocio ideale tra le estetiche di Bergman e Sorrentino. Il risultato non è sempre entusiasmante, ma sicuramente l’opera cattura l’attenzione.

Voto: 7

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