The Pills – Sempre meglio che lavorare

The Pills – Sempre meglio che lavorare – Italia 2016 – di Luca Vecchi

Commedia – 83′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: ibs.it)

Luigi, Matteo e Luca fanno parte di quella generazione di quasi trentenni che non studiano né lavorano. Lungi però dall’esserne affranti sono piuttosto angosciati dall’idea di diventare vecchi e di dover mettere in discussione il proprio modello di vita da eterni adolescenti, passando le giornate tra canne, discorsi e gag di vario tipo. Su questo sfondo il lavoro, che comunque è quasi inesistente negli ostacoli che pone, è quasi una minaccia per loro.

The Pills sbarcano al cinema, dopo l’ampio successo tributato loro da anni di web series godibili gratuitamente su youtube. Su quelle serie abbiamo imparato a conoscere i contenuti del gruppo: smodatamente comico-surrealistici nei contenuti, abbinati ad una capacità artistico-formale estremamente raffinata. Nonostante l’apparenza burlesca e caciarona infatti The Pills mostrano un’ampia cultura cinematografica (e non solo), capace di strizzare l’occhio e rielaborare consapevolmente stili e influenze variegate: dalla Nouvelle Vague a Quentin Tarantino, da Sergio Leone a Tarantino, passando per Wes Anderson e i maestri della commedia italiana; non mancando di citare e parodiare una serie di opere classiche del cinema (tra cui la scena della fontana presente nella Dolce Vita felliniana). L’applicazione pratica non raggiunge i livelli di tali mostri sacri, ma si pone certamente sopra la media del cinema italiano, creando una commedia fresca, vivace, non appiattita su un format televisivo così tipico delle produzioni di successo, e più paragonabile alle cose più egregie prodotte ad esempio da un Virzì. La natura collettiva, autoriale e giovanile di questo gruppo romano, tra cui spiccano Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi, rende l’opera ancora più interessante, facendo intravedere la possibilità per il cinema italiano di aver trovato un nuovo attore importante nel campo della commedia, in grado di rinfrescare un genere con un’energia e un genio artistico sincero e istrionico.

In questo film The Pills elaborano una sorta di summa artistica del lavoro lavoro finora svolto nelle web series, creando uno spaccato eccentrico e paradossale dei NET (coloro che non studiano e non lavorano), visti non come ragazzi disperati in cerca di un lavoro introvabile, bensì come eterni adolescenti che rifiutano di crescere e che intendono continuare la propria vita senza fare progetti seri né assumersi le responsabilità che vengono richieste loro dai canoni sociali dominanti. In questo senso è pienamente esplicitata, attraverso il continuo rimando a scenette in cui i protagonisti sono rappresentati nell’età dell’infanzia, la loro voluta continuità comportamentale e ideologica tendente a non voler fare sostanzialmente nulla, se non continuare tale stile di vita puramente e semplicemente “cazzone”. La vita è un gioco, insomma, ed apparentemente il discorso sembra fermarsi qui, se non fosse che molti sono gli elementi di riflessione posti nell’opera, introducendo elementi di grottesco e di surrealismo tesi a dare un’istantanea iperbolica ma non così distante da una realtà sociale che sembra andare in frantumi (vedi le scenette del padre di Matteo) e da cui si capisce la volontà di fuga dei giovani. Un sentimento esemplificato da un’affermazione di Luigi: “tentare di lavorare con il rischio di fallire? Ma manco per’ cazzo!

Il lavoro, schernito e allo stesso tempo ricercato, viene rigettato non tanto come rifiuto in sé dell’idea di lavorare (lettura che si potrebbe fare ad un livello parziale per lo spettatore poco riflessivo). Tale rifiuto è piuttosto un rigetto nell’accettare condizioni di lavoro alienanti e faticose che distruggono l’individualità estrosa ed artistica, trasformando un giovane pieno di vita, fantasia e gioia in un grigio burocrate che fa del lavoro stesso la propria ragione di vita. Il lavoro soffoca ed impedisce di vivere con i suoi stessi orari assurdi e autoritari. Non siamo così distanti dai ragionamenti fatti da Paul Lafargue ne Il diritto all’ozio. In tal senso è geniale il modo in cui viene fatto passare tale messaggio attraverso la metamorfosi di Luca: nel momento in cui si mette a lavorare con i “Bangla” (ossia con i bengalesi), che nel film simboleggiano l’etica del lavoro con una deontologia quasi kantiana. Il lavoro per il lavoro, completamente fine a sé stesso, per il quale occorre abbandonare la propria vita, i propri affetti, la propria città e i propri ideali, fino a diventare irriconoscibili. Tanta altra carne viene messa al fuoco nel film, mostrando una visione critica della realtà non comune e una volontà straripante di criticarla deridendola.

The Pills mettono in scena un’opera capace di essere godibile ad un doppio livello: puramente comico e demenziale ad un piano superficiale, ma profondamente critica dell’ordine esistente ad un piano più riflessivo e approfondito. Non è una cosa da poco, che pone l’opera sulla scia dei grandi maestri della commedia italiana come Monicelli, Risi (I mostri), Salce (i primi due Fantozzi). La grande sfida che si pone ora davanti ai The Pills sarà quella di portare avanti un rinnovamento tematico: se troveranno le capacità di uscire dal loro cantuccio dorato che si sono costruiti e riusciranno a portare le loro capacità in nuovi settori potremo davvero iniziare a parlare di un nuovo collettivo autoriale paragonabile ai mostri sacri del passato. L’alternativa è invece il rischio che si scelga di coltivare il proprio orticello sicuro, con altri prodotti di probabile impatto e divertimento, ma via via standardizzati e poco innovativi. La risposta verrà con il tempo. Nel mentre, non si può non godere di un prodotto ammirabile sotto molteplici punti di vista e che mostra già una maturità registica e autoriale notevole, seppur migliorabile, qualora si riescano ad eliminare anche quei pochi sentimentalismi e tempi morti che qua e là emergono come intermezzi di scene esilaranti.

Voto: 8

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