La cecità della visione: cosa rappresentava Kim Ki-duk

Articolo di Federico Ciriminna (fonte immagine: ilsussidiario.it)

I veri amori non nascono con un colpo di fulmine o con una lenta conoscenza, ma con una scossa, almeno per me. È nato così il mio amore per Kim ki-duk. Non era semplicemente un regista, era una vera e propria guida spirituale. Non aveva niente a che fare con i santoni passati e contemporanei, non urlava la sua visione al mondo intero, tutt’altro, comunicava in silenzio, lentamente, sottopelle, scuotendoti appena raggiunto il tuo cuore. Ed è proprio da quella scossa che nasce tutto, compiendosi così il miracolo della comprensione tra gli esseri umani. Questo miracolo si realizzava in ogni suo film, dal più piccolo al più grande, dal primo all’ultimo. A poco servono, a mio avviso, le numerose critiche sui suoi ultimi film, forse ancora più ermetici dei precedenti, che obbligavano lo spettatore a vivere il suo cinema e non semplicemente a vederlo. Per Kim Ki-duk non esisteva una vera differenza tra il suo cinema e la sua vita, e non perché, come banalmente si può pensare, lui vivesse per fare film; tutt’altro, il cinema era un mezzo con il quale esprimeva l’invisibile delle nostre vite. Probabilmente buona parte del suo pensiero derivava da una formazione davvero atipica rispetto ai classici registi che escono da scuole, accademie o università di cinema in tutto il mondo. Da ragazzo frequenta un istituto agrario e poi va a lavorare in fabbrica per mantenersi, fino a quando non si arruola in marina dove rimarrà per diversi anni. In quel periodo frequenta anche una chiesa per non vedenti ed è proprio quell’esperienza che, a mio giudizio, gli sarà preziosissima per tutta la sua vita. Infine, all’età di trent’anni, si trasferisce a Parigi per studiare arte, ma quello che realmente ha appreso non ci è dato saperlo. Quello che si sa, invece, è che per mantenersi vendeva i suoi i suoi quadri come un artista di strada. Ha avuto quindi una formazione non convenzionale, ma non per questo meno formativa. Si potrebbe definire “artigianale”, che è andata via via modellandosi con il passare del tempo. Lo stesso si può dire del suo cinema, diventato sempre più intimista ed ermetico, con meno budget e una troupe limitata, fino quasi a scomparire, come in Stop del 2015. Sicuramente molti festival del cinema lo hanno aiutato a farsi conoscere in tutto il mondo, primo fra tutti la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ciononostante in patria era definito un outsider perché era completamente slegato dal sistema cinematografico tradizionale e dalla vita sociale del paese, anche se negli ultimi anni era stato ospite in qualche programma televisivo. Kim Ki-duk osservava il suo paese dal lontano, cercava di carpirne l’essenza e la traduceva in immagini. Mi chiedo quanti registi, al di fuori del sistema, avrebbero una forza di volontà tale da trascorrere l’intera vita a raccontare quello che amano, cercando di sopravvivere in una comunità da cui non si sentono compresi e che li rifiuta. È un’impresa che raccontata così sembrerebbe impossibile, eppure Kim Ki-duk ci è sempre riuscito, in un modo o nell’altro, bussando alle porte di moltissimi festival. Non so se nasceranno altri registi, o più semplicemente persone, che come lui riusciranno a farsi conoscere dal mondo pur rimanendo sconosciute, e sapranno raccontare la società in cui sono immersi, ma tenendo le distanze. La mia speranza è che rinasca un nuovo Kim Ki-duk (tra l’altro lui credeva nella reincarnazione) che possa proseguire il lavoro iniziato da lui, trovando il suo spazio in un mondo in cui è sempre più difficile sopravvivere rimanendo fuori.

 

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