L’uomo di Londra

A londoni férfi – Ungheria/Germania/Francia/Italia 2007 – di Béla Tarr, Ágnes Hranitzky

Crime/Drammatico/Mistery – 139′

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: filmfrance.net)

Un uomo assiste ad un omicidio. Impossessatosi di una valigetta contenente migliaia di sterline inglesi, deve fare i conti con la propria coscienza e con la giustizia…

La penultima opera di Béla Tarr, che si è ritirato dalle scene nel 2011, dopo aver vinto l’Orso d’argento a Berlino per Il cavallo di Torino, si ispira ad un romanzo poco conosciuto di Georges Simenon, “L’uomo di Londra”. Ambientato originariamente a Dieppe, in Normandia, la trasposizione cinematografica di Béla Tarr è stata invece girata a Bastia, in Corsica, avvalendosi delle bellezze del porto vecchio. Protagonista del film è Maloin, addetto al controllo ferroviario e testimone di un omicidio, durante il turno di notte, omicidio che vede protagonista un inglese sbarcato in Francia dopo avere commesso un furto. Nella valigetta che porta con sé e per la quale ha litigato con il proprio socio in affari, uccidendolo,  è contenuta un’ingente quantità di denaro. Il romanzo di Simenon e il film di Tarr giocano sulla tensione psicologica dei protagonisti i quali sono consapevoli di ciò che è accaduto e, pur non conoscendosi, si rincorrono tenendosi  a debita distanza, incrociandosi, senza mai addivenire ad un vero e proprio incontro, se non nel finale. Il film di Tarr amplifica questa relazione con dei tempi molto lunghi, dei silenzi, che vengono brevemente sospesi dai dialoghi che intrattengono i protagonisti, ma che risultano tuttavia secondari. Ache gli interventi musicali extradiegetici, sono, almeno nella prima parte del film, rari e il regista tende a privilegiare il sonoro, ovvero il rumore di fondo del mare e degli ambienti in cui Maloin si muove. Il regista, che assurge a vero e propria auctoritas autoriale, fa ampio uso di piani sequenza di lunga-media durata, dando un ritmo molto lento alle vicende dei personaggi e accompagnandoli passo passo nei loro movimenti con una camera che segue Maloin nelle sue passeggiate e che si muove inoltre alla ricerca dell’azione con movimenti laterali e con frequenti zoom, che si avvicinano agli attori nel tentativo di carpirne le emozioni, i sentimenti, le intenzioni. Il regista fa uso del bianco e nero, come in quasi tutte le sue opere, scelta che privilegia le luci e le ombre, di contro al colore, e che delinea un mondo bicromatico in cui male e bene convivono e si mescolano. L’autore sceglie di inquadrare Maloin di spalle fino al momento in cui questi riconosce i suoi sbagli e si deve scontrare con la propria colpevolezza e con la propria coscienza.   Per certi versi il cinema di Béla Tarr ricorda il cinema di Tarkovsky, ma con una poetica diversa, meno aulica e misticheggiante, ma egualmente capace di ritrarre un mondo, in questo caso il mondo del romanzo di Simenon, andandone in profondità, senza fermarsi alla superficie, ovvero carpendo lo spirito dei personaggi che rappresenta, avvicinandosi al maestro russo anche per la lentezza e la riflessività della macchina da presa. Tarr è abbastanza fedele all’opera letteraria del romanziere belga, sia nel ricostruirne i personaggi, sia nell’intreccio e negli eventi narrati, distaccandosene invece per il ritmo, che nel romanzo è più veloce, e per l’ambientazione temporale, passando dagli anni ’30 del novecento a un periodo a cavallo tra i ’60 e gli ’80 (o almeno così pare se ci si affida per una datazione alle scenografie degli interni). Regista poco fortunato (il film ebbe una lunga gestazione e lavorazione, ovvero ben quattro anni dal 2003 al 2007, a causa della morte del produttore Humbert Balsan) e dalle sorti alterne, si avvale in questo caso di un cast prettamente ungherese, con l’incursione di qualche attore francese di secondo piano e con la partecipazione di Tilda Swinton nella parte della moglie di Maloin. Attori quindi poco conosciuti, ma di grande professionalità. La decisione del regista ungherese di ritirarsi dalle scene è probabilmente dovuta alle difficoltà nel reperire dei fondi in patria o all’estero per realizzare le proprie opere. In particolare lo stato magiaro ha recentemente riveduto la propria politica di sovvenzioni pubbliche, favorendo le grandi produzioni internazionali europee o americane attraverso degli sgravi fiscali, a discapito delle sovvenzioni dirette alle produzioni nazionali. Dopo una pellicola così intensa, di grande raffinatezza tecnica e di pregevole ricostruzione scenografica, nonché di grande prova attoriale, speriamo che il regista ungherese ritorni sulle proprie decisioni e, sfidando le ristrettezze economiche che lo hanno attanagliato in passato, ci regali altre opere capaci di affascinarci e di farci riflettere sull’uomo e sulla sua responsabilità morale.

Voto: 10

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