The Lobster

The Lobster – Irlanda/Regno Unito/Grecia/Francia/Paesi Bassi/Stati Uniti 2015 – di Yorgos Lanthimos

Commedia/Drammatico/Romantico – 119′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: flaneri.com)

In un futuro distopico, a causa delle leggi in vigore le persone single vengono arrestate, trasferite in un hotel e obbligate a trovare un compagno nell’arco di 45 giorni. Qualora ciò non accada, i single vengono trasformati in un animale di loro scelta ed abbandonati nelle foreste. In questo contesto, un uomo disperato sfugge dall’albergo e si rifugia nel bosco, dove vivono i Solitari, e si innamora, infrangendo ogni regola.

Il regista greco Yorgos Lanthimos è uno di quei nomi che in una società realmente fondata sulla democrazia, l’arte e la meritocrazia sarebbe giustamente e legittimamente famoso. Invece rimane per ora un nome noto, quanto meno in Italia, soltanto agli addetti ai lavori e ai veri cinefili incalliti. Eppure i film di Lanthimos girano già da diversi anni nel circuito internazionale: Kinetta attirava l’interesse al Toronto Film Festival 2005 mentre già con il secondo lungometraggio, Kynodontas, l’autore ellenico faceva il botto vincendo alla sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2009. Alps veniva omaggiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Venezia 2011 mentre l’opera di cui andiamo a parlare si è accaparrata il Premio della giuria al Festival di Cannes 2015. Un curriculum da far saltare sulla sedia per quello che non è soltanto un regista ma un vero e proprio autore come lo poteva concepire il grande critico André Bazin. Lanthimos infatti partecipa in prima persona sia alla produzione che alla stesura della sceneggiatura. In quest’ultimo caso gli ultimi tre film sono il frutto della collaborazione con il co-sceneggiatore Efthymis Filippou con cui ormai sembra essersi stabilito un proficuo sodalizio, confermato anzitutto dalla straordinaria idea alla base del soggetto di The Lobster: in un mondo distopico tutti sono obbligati per legge ad avere una relazione coniugale. Lo spettatore è calato in questo mondo senza spiegazioni preliminari sulle ragioni, sul come e quando ciò sia avvenuto. Lo scopriamo straniti attraverso il colloquio di un formidabile Colin Farrell con gli impiegati e dirigenti di un hotel che hanno il compito di reinserire il mite David nel meraviglioso mondo della vita di coppia. David ha 45 giorni di tempo per reinnamorarsi (contraccambiato) salvo rischiare di essere trasformato in un animale a sua scelta (the lobster per l’appunto, ossia un’aragosta). Fuori dall’hotel sopravvive un manipolo di solitari, scappati da questo trionfo della “burocrazia familiaristica” e auto-impostosi un rigido regolamento con cui rifiutano strenuamente ogni tipo di relazione emotiva e sessuale. Una sorta di “Resistenza” che trova le sue spie e i suoi appoggi tra mogli annoiate e maschi insoddisfatti, e che non esita a fare delle sortite vendicative per cercare di distruggere l’inganno artificioso di tante coppie felici e contente di stare assieme. È come se Huxley e Orwell fossero frullati con il teatro dell’assurdo di Ionesco e Beckett, a loro volta addomesticati dalle radicalizzazioni più estreme dell’utilitarismo filosofico, in un pastiche governato dalla Chiesa cattolica. Si rimane catturati inoltre dallo stile sapiente ed ambizioso messo in campo da Lanthimos, il quale sfrutta ogni potenzialità di uno stile autoriale variegato e colto: si passa da camere fisse e ritmi lenti alla Michael Haneke a vivaci e ironici slow-motion alla Wes Anderson. Il tutto tra un umorismo ferocemente grottesco secondo le migliori black comedy alla Coen e ritmi compassati e ovattati come nell’ultimo Sorrentino. Ce ne sarebbe già abbastanza per rimanere affascinati. Ma con la seconda parte dell’opera il film sterza in maniera inaspettata con esiti ancora più felici: al taglio spietatamente surreal-grottesco ed alla messa in ridicolo di una serie di personaggi ridicoli ed opportunistici di ogni tipo si riaffaccia dalla finestra il nobile sentimento d’amore: scombussolato radicalmente nell’animo, David si innamora, miracolosamente ricambiato, di una giovane “solitaria” anch’essa in fuga. Entra in scena un’altrettanto eccezionale Rachel Weisz, ritratto della donna angelicata capace di immergere l’opera in un inaspettato lirismo romantico dai tratti talora commoventi. Lanthimos riapre una fiammella di speranza e attua un ribaltamento tematico radicale: l’amore da condanna diventa gioia e motivo di vita. Da costrizione e obbligo giuridico-morale diventa trasgressione e realizzazione di speranza, sogni e libertà. Fino all’ennesimo ribaltone finale che sembra quasi sancire la prigionia dell’individuo nei confronti di un contesto sociale sempre e comunque oppressivo. Sartre sintetizzerebbe riaffermando che “l’inferno sono gli Altri”. E certo l’opera di Lanthimos non sembra esente da un certo pessimismo antropologico, su cui pure rimane sospeso il verdetto grazie ad un finale aperto perfetto che lascia lo spettatore di fronte a mille domande su un film capolavoro, sulla propria vita, sui limiti e sulle potenzialità dei sentimenti. Ma soprattutto sulle ripercussioni complessive dell’amore. Sorrentino direbbe sulle “conseguenze dell’amore”, ma questa è tutta un’altra storia.

Voto: 9

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