Kreuzweg – Le Stazioni della Fede

Kreuzweg – Germania/Francia 2014 – di Dietrich Brüggemann

Drammatico – 110′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Maria ha 14 anni e la sua famiglia fa parte di una comunità cattolica fondamentalista. Maria vive la sua vita di tutti i giorni nel mondo moderno, ma il suo cuore appartiene a Gesù. Lei vuole seguirlo, per diventare una santa e andare in paradiso, così passa attraverso 14 stazioni, proprio come fece Gesù nel suo cammino verso Golgota.

Kreuzweg, accompagnato in Italia dal sottotitolo “Le Stazioni della Fede” è un film davvero eccezionale, non a caso premiato con il Premio della giuria ecumenica e con l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino del 2014. L’opera del regista tedesco Dietrich Brüggemann è stata presentata come una critica violentissima ai fanatismi religiosi, anche se la definizione, pur giusta, rischia di far passare in secondo piano lo stile e il tema utilizzati dall’autore per adempiere a questo compito. Anzitutto il tema: in tempi in cui l’integralismo religioso trova spazio nei telegiornali di tutto il mondo per le azioni del fondamentalismo islamico, Brüggemann ripropone con piglio illuminista la critica del cristianesimo: ad essere presa di mira è una setta cattolica fondamentalista che non riconosce gli esiti del Concilio Vaticano II (1962-65), rimanendo ancorata ad una serie di dogmi e rigidità comportamentali estremamente severi e austeri, secondo la migliore (o peggiore, a seconda dei punti di vista) tradizione teutonica e kantiana. Ad essere presa di mira non è però solo questa piccola comunità religiosa: la critica e l’accusa di fondo posta dall’autore si impone in maniera sottile e strisciante al cristianesimo in sé nelle sue varie correnti, ponendo in discussione l’antivitalismo e l’alienazione mentale che ne derivano. L’autore sembra ricalcare la critica di Feuerbach che metteva all’indice la “verità” che l’uomo possa realizzarsi solo nel ricongiungimento con Dio da attuare nell’aldilà. In questo senso la setta cattolica è soltanto un pretesto che serve per mostrare la dimensione più degradante e violenta cui possa arrivare tale alienazione individuale. In realtà la critica di Brüggemann sembra colpire tutti quei movimenti culturali e religiosi che restringano l’individuo in uno stile di vita artificiale e non razionale. Il che non vuol dire una negazione del concetto di Dio in sé, dato che l’unico personaggio positivo della storia, Bernadette, è la classica brava ragazza della porta accanto che non rinuncia ai suoi piaceri terreni, pur mantenendo uno stile di vita equilibrato e fondato sull’adesione ad una fede religiosa. Ma questo equilibrio è completamente assente negli altri personaggi della famiglia di Maria, la quattordicenne protagonista della vicenda. Le stazioni della fede cui si allude nel titolo italiano sono appunto quattordici, come gli anni di Maria, e raccontano il percorso intellettuale, morale e fisico (attraverso un progressivo climax ascendente in cui si passa dalla dimensione spirituale a quella materiale) della giovane verso la conclusione inevitabile di quanto le è stato insegnato fin da bambina. Il film è un percorso moderno e dissacrante della Passione di Cristo, scandita esplicitamente attraverso la titolazione di ogni capitoletto con appositi riferimenti a passi del Nuovo Testamento. Maria come alter Christus, a cui spetta il dovere del sacrificio personale, rinunciando non solo ad ogni velleità edonistica, ma anche alla propria stessa vita, con l’obiettivo in fondo egoistico di conquistare un posto a fianco dell’omonima Maria celeste in paradiso. Brüggemann ci cala in questa storia con sguardo asettico, freddo ed esente da qualsiasi tipo di intervento stilistico: con un tipico impianto teatrale ogni scena si struttura su uno spazio ristretto inquadrato con camera fissa. Uno stile scarno di taglio neorealista (molto Rossellini-ano) che presenta una dimensione profondamente grottesca e surreale, in aderenza completa alla tematica dell’opera: nel momento in cui viene negato allo spettatore ogni tipo di virtuosismo scenico quello che conta sono solo i dialoghi, le parole, il detto e il non detto; in minima parte anche i linguaggi non verbali. Ogni sfumatura di significato, ogni parola non gradita acquista il peso di un macigno in grado di creare la furia e la rabbia vendicatrice della madre di Maria, alter ego del Dio biblico dell’Antico Testamento. È lei la prima responsabile del vero e proprio maltrattamento imposto alla figlia, che subisce le prediche e le sgridate interiorizzando un auto-distruttivo senso di colpa. È lei la vera responsabile del tragico finale, di cui non riesce ad accettare l’esito, tanto da tentare di difendersi da ogni accusa morale estremizzando le proprie credenze, arrivando ad ipotizzare la beatificazione della figlia. È in quella scena che Brüggemann raggiunge l’apice emotivo del film, permettendosi di intervenire finalmente con una scelta sottile ma di enorme impatto: di fronte alla predica furibonda della madre ad un malcapitato impresario funebre il padre non ce la fa più: si alza e si allontana di pochi passi dal tavolo dove si svolgeva la discussione. Finisce fuori campo in una zona non messa a fuoco. Ma da lì si vede che il suo viso si gira verso la moglie e rimane a fissarla per diversi istanti. Non vediamo i sentimenti espressi dai lineamenti del suo volto, ma possiamo immaginare il suo sconcerto, la sua rabbia, il suo profondo travaglio interiore che non riguarda solo la perdita della figlia. Quello sguardo carico d’odio rappresenta l’atto di accusa verso la tirannica e cieca follia della moglie. Ma certifica anche il travaglio interiore di un uomo che si pone una serie di pesanti domande: dove ho sbagliato? Quanto sono responsabile per aver permesso a questa donna di educare i miei figli? Perché l’ho sposata? Come può questa donna continuare a dire queste scemenze?

In quel momento la donna, pur non vedendo quello sguardo arrivare dalle sue spalle, scoppia finalmente in lacrime, non riuscendo più a sostenere, lasciata sola, il peso della costruzione di una narrazione che fa acqua da tutte le parti. In quel momento capisce di aver sbagliato tante, troppe cose. È solo un momento, ma Brüggemann colpisce al cuore e alla mente dello spettatore mostrandogli l’aridità di tutto quel mondo costruito sul fanatismo religioso.

Il premio ricevuto per la sceneggiatura (scritta dallo stesso Dietrich Brüggemann assieme ad Anna Brüggemann) è meritatissimo, anche perché capace di svolgere riuscitissime sortite dal taglio tragico-drammatico, saltellando sul registro comico-ironico (chiaramente inconsapevole per i protagonisti, come i discorsi sulle musiche sataniche) mostrando una spiccata capacità di maneggiare un umorismo “nero” e grottesco come in passato pochi (tra cui il nostro Ferreri) sono stati in grado di fare. Da incorniciare le prestazioni attoriali, tra cui spicca senz’altro la giovanissima e sorprendente Lea Van Acken.

Voto: 8

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