Elephant

Elephant – Stati Uniti 2003 – di Gus van Sant

Crime/Drammatico/Thriller – 81′

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: occhirossi.it)

E’ un film che riscrive il modo di fare cinema contemporaneo, un film in cui oggettività e passionalità, descrittività e poeticità, asetticità e umanità si fondono per darci un unicum sorprendente.
Ciò che mi colpisce di quest’opera è l’assoluta armonicità con cui l’autore muove la macchina da presa e ci racconta la storia dell’eccidio di Columbine, partendo dalle persone che l’hanno vissuta. Le persone e il loro vissuto, il loro portato vengono prima del bisogno di raccontare una storia.
Carrellate, circolari e non, panoramiche insistite sul mondo e sulle cose e le persone che lo costituiscono, piani sequenza di durata variabile, denotano la volontà del regista di raccontarci in modo oggettivo la realtà dei fatti; ma dall’altra parte le frequenti soggettive ci impongono una pluralità dei punti di vista, delle vite che compongono la comunità in cui si svolgono gli eventi.
Da segnalare tecnicamente l’uso di un racconto circolare che ripropone gli stessi eventi da più punti di vista, quasi ad esaltare, creando un climax, il momento culminante che dà il via alla strage.
Vi è una poeticità nelle inquadrature e nei movimenti, nella scelta delle musiche di fondo, nella ricerca del colore; ma vi è anche una grande asetticità, nel distacco e nella freddezza con cui la morte di così tanti ragazzi viene raccontata. Non vi è un giudizio morale netto nel racconto degli eventi, al di là del normale senso di ripulsa di chi li vive, quasi che ciò che avviene sia la normalità e non qualcosa fuori da ogni regola.
La stessa scelta di raccontarci solo gli eventi della strage, senza mostraci la punizione successiva, è discutibile. Sembra che il senso di rivalsa dei due pluriomicidi abbia la meglio sulla vita spezzata di tanti giovani: il delitto non lascia spazio al castigo.
La vita umana sembra non mostrare alcun valore, così come la stessa amicizia tra i due assassini non esclude l’omicidio reciproco. Tutto è ridotto ad un gioco, quasi che i due ragazzi non siano altro che immersi in un videogioco, in cui non è prevista la responsabilità per le proprie azioni.
Van Sant risulta un abile fenomenologo, dotato di carattere poietico: ci racconta la realtà dei nostri giorni, la realtà della volontà di potenza e della crisi dei valori e delle ideologie, non trascurando di lasciare spazio in alcuni passi alla riflessione sul senso di comunità, sull’amicizia, sulla famiglia, sulla vita.
Apprezzabile quindi sul piano tecnico e narrativo lo sforzo di Van Sant, nella capacità di entrare nella vita dei personaggi che la camera incontra e segue, risulta criticabile da un punto di vista etico-morale per la mancanza di una critica decisa nei confronti del comportamento tenuto dai due assassini.

Voto: 8

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