The Imitation Game

The Imitation Game – Regno Unito/Stati Uniti 2014 – di Morten Tyldum

Biografico/Drammatico/Thriller – 114′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Il matematico e crittoanalista inglese Alan Turing, durante la Seconda guerra mondiale mise le proprie capacità al servizio dell’esercito, inventando il calcolatore Bomba per decriptare il Codice Enigma con il quale le Potenze dell’Asse comunicavano tra loro durante la guerra. Successivamente Turing fu perseguitato a causa della sua omosessualità, fu arrestato e condannato alla castrazione chimica. L’umiliazione portò Turing al suicidio nel 1954, mediante una mela avvelenata con cianuro di potassio.

The Imitation Game, adattamento cinematografico della biografia scritta da Andrew Hodges sul matematico Alan Turing, è senz’altro un film meritevole di essere visto e apprezzato, almeno per due motivi, uno prettamente cinematografico, l’altro di tipo morale-filosofico. La prima ragione è l’incredibile prestazione di Benedict Cumberbatch nei panni di Turing: genio visionario in grado di elaborare con anni di anticipo un antenato del computer, come di essere incapace di sostenere la più semplice conversazione davanti ad un bicchiere di birra. Cumberbatch si cala nel personaggio con una prestazione da oscar, rendendone perfettamente le ansie, la mentalità gelidamente razionale, i tic nervosi, il rigoroso metodo analitico e il costante handicap socio-relazionale. L’Alan Turing che costruisce è un personaggio che si ama e si odia: totalmente antipatico con tutti, egocentrico, arrogante, contestatore dell’ordine costituito (ma solo quando gli conviene), tirannico e insensibile. Eppure anche geniale, preciso, costante, infaticabile, perseverante e, in fin dei conti, molto più umano di quanto non voglia far apparire. Roba da far impallidire d’invidia il Russell Crowe di A Beautiful Mind (film che per soggetto e stile porta ad evidenti paralleli). Arriviamo qui al secondo motivo di interesse dell’opera: nel momento in cui, con la sua équipe, riesce a decifrare il codice Enigma con cui i Tedeschi inviano le loro comunicazioni militari segrete, Turing è il primo a rendersi conto del dramma che si apre ora. Non è infatti possibile decifrare tutti i messaggi, altrimenti i nazisti si renderebbero conto che gli Alleati l’hanno decriptato e lo sostituirebbero immediatamente con un altro codice. Occorre quindi studiare un metodo statistico con cui scegliere con cura solo alcuni messaggi, tra i più importanti, di modo da far sembrare che certe sconfitte inflitte a Hitler siano considerate solo casuali ed episodiche da parte dei Tedeschi. Il dilemma etico però si pone: chi è Alan Turing per decidere quali vite possano essere salvate e quali no? La sua decisione non passa il vaglio di nessun controllo democratico e politico. Con il suo metodo calcola la vittoria sicura della guerra, con un risparmio di vite umane calcolato in milioni. Ma il rovescio della medaglia è che segna inesorabilmente la morte certa per altri milioni di persone che potrebbero essere salvate. La logica machiavellica è accettabile? Il fine giustifica i mezzi? Non sta all’autore di questo scritto rispondere ma al lettore e spettatore dell’opera, il quale potrà rodersi l’animo (sapendo che la storia in questione è basata su fatti reali) così come se lo divorò lo stesso Turing, che nonostante l’apparente indifferenza non seppe sopportare un simile peso (quasi da divinità scesa in terra) sulla propria coscienza, e scivolò lentamente ma inesorabilmente nella follia (complice anche l’ingrato Stato britannico che lo lasciò condannare per l’accusa di omosessualità, obbligandolo nel frattempo al silenzio sulla scoperta fatta per ragioni di ordine militare).

The Imitation Game diventa d’un tratto un’immersione profonda nel mondo della scienza politica, in cui l’utilitarismo regna sovrano, palesandosi il dramma per un uomo fragile e sensibile (che mai si è interessato di questioni politiche), di doversi sobbarcare una decisione degna di un grande (nel bene o nel male) statista. Il grande interesse del film sta tutto qui. Certo, la regia è ben curata, gli sfondi, le scenografie, i costumi, il cast (da segnalare Matthew Goode e Charles Dance, oltre che, purtroppo, una non esaltante Keira Knightley), quasi tutto è preciso e impostato al punto giusto. Il tono tragico e drammatico è equilibrato da qualche sortita in azzeccate gag umoristiche, ma in fin dei conti se l’opera merita di essere vista non è tanto per la maestria del regista norvegese Morten Tyldum (che si limita a portare avanti una narrazione pulita e senza mettersi in mostra), quanto soprattutto per i due fattori sopra elencati. Che certo da soli valgono il prezzo del biglietto.

Voto: 7

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