Nymphomaniac: Vol. II

Nymphomaniac – Vol. II – Danimarca/Germania/Belgio/Regno Unito/Francia/Svezia 2013 – di Lars Von Trier 

Drammatico – 124′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Joe continua il racconto della sua vita da ninfomane ormai adulta. Se nel primo volume dell’opera venivano descritti 5 episodi riconducibili per lo più alle fasi dell’infanzia e dell’adolescenza qui vengono raccontati tre episodi denominati “The Eastern and the Western Church (The Silent Duck)”, “The Mirror” e “The Gun”.

Quei maledetti ultimi due minuti…

Riesco quasi a immaginarmi il ghigno soddisfatto di Lars Von Trier mentre scrive, gira e realizza come finale dell’opera titanica Nymphomaniac quei maledetti ultimi due minuti che annientano completamente lo spettatore giunto al termine di 4 ore (5 e mezza nella versione integrale) di visione estenuante fatta di peni, vagine, seni e amplessi più o meno pacati.

Ma andiamo con ordine: il secondo volume dell’opera ci trascina oltre il periodo adolescenziale di Joe. Stacy Martin, la conturbante Joe della giovinezza lascia il posto a Charlotte Gainsbourg, che oltre al ruolo di narratrice diventa anche la protagonista fisica effettiva della seconda parte del racconto sulle proprie peripezie sessuali. Il dato non è irrilevante e la differenza balza subito all’occhio: ammaliante ed a tratti eccitante (pur con notevoli punte di grottesco) era la prima parte, in cui spiccava l’aspetto più sensuale, innocente ed anche eccitante della storia; sempre più cupa, torbida ed esasperante diventa la seconda parte, in cui la rappresentazione delle perversioni di Joe raggiunge livelli sempre più avanzati e decadenti. Lo stacco è dato dalla crisi vissuta da Joe, che segna uno spartiacque nella sua vita: una crisi sessuale che nasconde la sua profonda incapacità di restare nei canoni psicologici e sociali richiesti dalla vita familiare borghese. Di qui il triste epilogo della sua vita “normale” con Jerome, con cui pure per un periodo riesce ad instaurare una vita quasi normale, per quanto insoddisfacente sotto diversi aspetti.

È questo mal de vivre, questo spleen esistenziale (prima ancora che fisico, nonostante lo si presenti in un rapporto invertito, concentrandosi sull’ansia sessuale come causa del problema), che la porta alla ricerca di esperienze sempre nuove, spingendo ai confini del torbido la sua curiosità e voglia di esplorare. Nell’intraprendere questo percorso verso gli inferi però Joe viene emarginata sempre più dalla società, motivo che la spinge a riscoprire l’originaria ribellione giovanile, appesantita però tragicamente dalla disillusione e dallo scorrere impietoso degli anni. L’approdo finale è quindi la vita criminale, accompagnata dalla scoperta salvifica dell’omosessualità che sfiora quasi la pedofilia. Un percorso però troppo instabile e precario perché possa mantenersi in equilibrio a lungo. Il che ci riporta all’inizio del film: all’abbandono e al pestaggio subito in un vicolo sperduto dove viene trovata e salvata dal mite Seligman.

È una seconda parte che sembra fino a questo punto più opaca rispetto al primo volume. Nonostante il filo della narrazione regga, i ritmi si fanno più asfittici e pesanti; l’impressione che si stia girando in tondo con uno stile un po’ manierista e fine a sé stesso si affaccia spesso nella mente dello spettatore. Le splendide similitudini formulate nel primo volume da Seligman cedono il passo a paragoni meno entusiasmanti e brillanti, come arriva peraltro a dire esplicitamente la stessa Joe nel corso del film. Quel che potrebbe però sembrare la constatazione di un’opera imperfetta ed incompleta trova tutto il suo senso in quei due maledetti minuti finali.

Siamo al termine del racconto: Joe, dopo aver ripercorso la sua vita, si affaccia alla finestra e scorge un simbolico raggio di sole sul muro dello stabile opposto. La notte è finita. Lo sprazzo di luce indica un nuovo giorno, una rinascita. Von Trier ci stupisce, facendo decidere ad una Joe rinfrancata psicologicamente dal racconto, una svolta nella propria vita: d’ora in avanti rinuncerà al sesso, dal quale si è lasciata guidare verso il degrado per tutta la sua vita. L’incontro con Seligman, il primo uomo al quale abbia raccontato le sue vicende biografiche, trovandovi comprensione e appoggio simpatetico, è stato fondamentale. Il nuovo proposito è giunto. Una nuova vita può reiniziare. Dopo una notte in bianco ci si può finalmente mettere a dormire ringraziando il caro amico Seligman per le cure fisiche e spirituali. Si spegne la luce. Si chiude la porta. Buio. Potrebbe finire il film, dando un senso di edificazione morale e umanistica, mostrando la virtù maieutica del dialogo e della condivisione delle esperienze, dell’importanza di incontrare la verginità, la purezza, l’innocenza capaci di offrire una guida salda per l’avvenire.

Invece il film non finisce. Arrivano i fatidici due minuti. Di colpo si capisce come Joe, nello scaricarsi la coscienza dalle scorie di una vita, non sia riuscita a purificarsi senza infettare l’amico Seligman, del quale si comprende ora la minore ispirazione intellettuale della seconda parte del film: la sua anima filosofica marciva e si impoveriva nella crescente interazione con una donna in cui evidenzia lui stesso più volte richiami e simbolismi satanici e blasfemi. La metafora religiosa si fa evidente: il peccato trionfa. Non c’è spazio per il perdono. Non c’è spazio per la resurrezione dell’anima, che nonostante i buoni propositi precipita nell’abisso. Questi due minuti quindi stravolgono il senso finale dell’opera. Lars Von Trier ci ricorda con un atto di estrema malizia e perfidia che l’essere umano è corrotto e corruttibile. Ogni essere umano. Senza eccezioni. L’essere umano è una bestia in preda ai propri istinti. Non c’è ragione che tenga. Non esiste purezza capace di resistere. Tutto il percorso di redenzione e di alba di una nuova esistenza va letteralmente in frantumi.

Mi rivolgo direttamente a Lars Von Trier: probabilmente hai ragione. Ma il modo in cui ci hai ricordato per l’ennesima volta la tua volontà di indagare pessimisticamente sui sentimenti umani più infimi ha questa volta qualcosa di estremamente frustrante e violento.

Voto: 8

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