Old boy

Old Boy – Stati Uniti 2013 – di Spike Lee

Azione/Drammatico/Mistery – 104′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Joe Doucett, un normale dirigente pubblicitario, viene improvvisamente rapito e tenuto prigioniero per vent’anni completamente isolato dal mondo. Dopo essere stato improvvisamente liberato, decide di indagare per trovare la persona che l’ha tenuto segregato per tutto quel tempo, e scopre che la sua vita è circondata da cospirazioni e tormenti.

Diamo per scontato tutto il discorso su quanto sia in pratica poco utile fare un remake di un film-capolavoro come l’Old Boy di Park Chan-wook, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al festival di Cannes nel 2004. Andiamo al sodo: il film di Spike Lee differisce per stile e conduzione dall’originale coreano, seppur non riuscendo a raggiungerne neanche minimamente i fasti. Lee propone una versione massiccia, solida, lineare e spettacolaristica, partendo da un protagonista, Josh Brolin, già dall’aspetto estremamente opposto alla figura estroversa e più “mediocre” del personaggio interpretato al tempo da Choi Min-sik. Brolin mette in mostra tutta la sua fisicità, aggiungendo nelle scene di lotta una componente più gratuitamente violenta e pulp (la scena della tortura di Samuel Jackson ne è l’esempio più evidente), rispetto alla nervosa dinamicità del collega coreano. Il Joe Doucett che ne viene fuori è una figura in bilico tra i supereroi Marveliani e un Humphrey Bogart d’altri tempi: figura solitaria e stoica, apparentemente indifferente ad ogni sensibilità e desiderio, escluso quello della vendetta, per raggiungere la quale si trasforma in un grezzo toro dalle corna appuntite.

Per caricare e giustificare questa virulenza Lee aumenta notevolmente lo spazio dato al periodo della prigionia iniziale del protagonista, di cui si mette in rilievo il tormentato percorso interiore e la spossatezza fisica, quasi totalmente assenti nell’opera di Park, che risolveva in pochi minuti quella fase della storia.

Dal punto di vista registico è innegabile la piacevolezza tecnica di Lee, che aggiunge il suo tocco “acrobatico” ad alcune scene, pur mantenendolo all’interno di una linea narrativa che assai poco concede alla visionarietà lirica e surrealista che profondeva esuberante nell’originale. Non mancano alcuni ritocchi importanti nella sceneggiatura, con l’approfondimento del tema dell’incesto, spinto verso soglie grottesche estreme, al punto da trovare nella scena “omicidio-suicidio familiare” uno dei momenti più elevati dell’opera, ricordando vette estetiche raggiunte ad esempio da Haneke in Funny Games. Da segnalare anche lo sforzo di giungere ad un finale diverso, per alcuni versi meno edificante, ma più consono all’ideologia puritana americana.

In definitiva però il remake di Lee, pur vantando forse una maggiore compattezza narrativa, perde molto del fascino lisergico dell’originale coreano. Il risultato è un’opera che si fa guardare ma non appare certo indimenticabile…

Voto: 6

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