Miele

Miele – Italia/Francia 2013 – di Valeria Golino

Drammatico – 96′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Il film racconta la storia di Irene, una trentenne che aiuta i malati terminali con il suicidio assistito. Fino all’incontro con l’ingegner Grimaldi, che malato di depressione, le chiede aiuto.

È inaspettatamente buono l’esordio alla regia di Valeria Golino, che mette in scena un dramma a sfondo bioetico sull’eutanasia con protagonista la bravissima Jasmine Trinca. Fin dalle prime immagini si coglie la dinamicità della regia, che tiene un registro distante dallo stampo neorealista così tipico di molti autori impegnati, per avvicinarsi piuttosto a caratteristiche “sorrentiniane” spettacolari e vivide (particolarmente evidenti nella capacità di utilizzo delle musiche, cosa rara nel cinema italiano), capaci di rendere più che godibile un’opera che correva il rischio di diventare difficile e pesante per il tema trattato (ogni riferimento a Bella addormentata di Bellocchio è puramente casuale…).

Quello che si pone come un film a sfondo etico-sociale, che inizia strizzando chiaramente l’occhio ai progressisti che sostengono la necessità di rendere legale la possibilità di ricorrere all’eutanasia per i malati terminali (e si ricordi quanto il tema sia “vecchio” per il cinema internazionale, pensando a gioielli come Mare dentro e Le invasioni barbariche), diventa ben presto un racconto che vira verso l’analisi psicologica, nello specifico verso il pecorso di formazione e crescita emotiva della protagonista, Irene (Jasmine Trinca), che adotta il nome “Miele” quando assiste i propri pazienti. La dialettica che si viene a creare porta ad una fuoriuscita dal tema etico-politico complessivo, per far emergere piuttosto le inadeguatezze di una ragazza mai realmente divenuta matura, e che ad un certo punto sente di non poter più continuare a mettere la propria vita al servizio di un’opera che richiede una enorme dose di responsabilità, oltre che il ricorso continuo alla menzogna e il conseguente sacrificio di una vita privata normale (sia in termini relazionali che lavorativi).

L’incontro della ragazza con l’ingegner Grimaldi, stufo della vita, diventa geniale proprio per il modo in cui è narrato: se inizialmente lo spettatore è spinto a credere che Irene cerchi di convincere il vecchio scorbutico ad evitare un suicidio inutile e pericoloso per lei stessa, con l’avanzare dei minuti si capisce che in realtà avviene il contrario: è cioè l’ingegnere che diventa il supporto spirituale della ragazza. L’uomo anziano che tutto capisce e meglio di altri (compresa la famiglia di Irene, criticata implicitamente per la sua assenza) può consigliarla e aiutarla in questo percorso che la porterà a rimettere in discussione la direzione della propria vita. Per capire tutto questo però è necessario un finale duro e amaro, sia per Irene stessa che per lo spettatore, il quale viene lasciato improvvisamente di fronte all’imbarazzante necessità di riprendere in mano la questione bioetica, ragionando e prendendo posizione sull’ultima azione compiuta da Grimaldi.

La prima prova della Golino come autrice (non solo regista ma anche co-sceneggiatrice e co-soggettista assieme a Francesca Marciano e Valia Santella) è davvero notevole, tanto da essersi meritata anche un posticino al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, oltre ad aver vinto diversi premi tra cui tre Nastri d’Argento. Davvero una bellissima sorpresa.

Voto: 8

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