L’Uomo d’Acciaio

Man of Steel – Stati Uniti/Regno Unito 2013 – di Zack Snyder

Azione/Avventura/Fantascienza – 143′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Sul pianeta Krypton il neonato Kal-El, figlio di Jor-El e Lara Lor-Van, viene messo su una capsula di salvataggio e inviato sul pianeta Terra: i genitori stanno per assistere impotenti alla distruzione del loro pianeta e decidono di mettere in salvo il loro unico erede. Atterrato in una periferia della cittadina Smallville nel Kansas, il piccolo Kal-El viene trovato da una coppia di contadini, Jonathan e Martha Kent, che decidono di crescerlo come loro figlio e lo chiamano Clark; il giovane extraterrestre cresce nella fattoria ignaro della sua reale provenienza fin quando non scopre di possedere abilità e poteri straordinari non comuni a nessun altro essere umano.

Tutto cambierà quando Clark scoprirà un’astronave aliena che lo metterà sulla strada del generale Zod, uno degli ultimi superstiti di Krypton.

Ci si aspettava di più. Non che L’uomo d’acciaio sia un brutto film, anzi. Però ci si aspettava decisamente di più. La prima sensazione è che Snyder non abbia voluto osare quanto avrebbe dovuto e potuto, sia a livello di regia che nella sceneggiatura. La prima poteva giocarsi su un maggiore uso del flashback (e quindi dell’alternanza temporale tra passato e presente), tecnica che invece viene appena abbozzata nella parte iniziale per poi essere abbandonata in un finale eccessivamente lineare. La sceneggiatura mostra il suo più grosso limite nell’assenza totale di ironia, autoironia e di uno humour di qualsiasi tipo, che sarebbe servito come il pane per alleggerire un film dai toni eccessivamente imperiosi, senza raggiungere quel senso di adeguata magnificenza raggiunto dalla trilogia Nolan-iana di Batman. Il riferimento a Nolan non è casuale, figurando egli sia tra i produttori che tra i realizzatori del soggetto assieme al braccio destro David S. Goyer (al suo fianco nella saga di Batman).

È proprio sul soggetto che c’è poca ciccia. Unico aspetto interessante è la presentazione del determinismo meccanicistico del sistema sociale sul pianeta Krypton, dove gli esseri umani nascono ormai in maniera artificiale, con un codice genetico già predisposto per svolgere un dato mestiere al servizio della comunità. Di qui l’aspetto tragico della figura del generale Zod, “programmato” per difendere il suo popolo ad ogni costo, tanto da essere usato a pretesto per giustificare anche colpi di stato militari o dei genocidi. Dove finisce il determinismo imposto dal DNA e dove inizia la propria libertà individuale e di giudizio personale? Perchè lo scienziato Jor-El (Russell Crowe) si oppone invece a questo sistema mentre Zod non trova la forza di fare ciò? Un tema che poteva essere sviluppato in maniera interessante viene lasciato cadere troppo in fretta per idealizzare il “campione” assoluto di morale e apprendimento che è Clark Kent, alias Superman.

Il problema storico di Superman rispetto agli altri supereroi è sempre stato ed è tuttora l’assenza totale di qualsiasi difetto e limite; come tale risulta estremamente antipatico, perchè di difficile identificazione e immedesimazione per lo spettatore. Occorreva quindi cercare di rimediare a questo aspetto, cosa che viene fatta solo in parte nella prima parte del film, sviluppando però poco (e in maniera un po’ frettolosa) la fase infantile-adolescenziale e il rapporto con il “padre” impersonato da un redivivo Kevin Costner.

La conseguenza è che il Clark Kent impersonato da Henry Cavill diventa “perfetto” troppo in fretta, attraverso un percorso eccessivamente semplice e lineare (sia nella sua vita della finzione, sia nella narrazione cinematografica). Tutto ciò ne sminuisce notevolmente il fascino, così come l’insistenza di puntare tutto sul caricargli i panni del “salvatore dell’umanità”, novello Cristo (il riferimento non è forzato, se si pensa ai numerosi discorsi profetici dei “padri”, e alla fatidica scena in chiesa in cui dialoga col prete) sceso in Terra a guidare un popolo smarrito e smanioso di trovare qualcuno che gli indichi una strada da seguire. La sceneggiatura, molto interessante nella prima parte, si perde nella seconda, dove si scade in scene inutili (le vicende di Perry White e dei suoi colleghi) e un po’ scontate nel citazionismo catastrofista: da Indipendence Day (l’astronave che lancia il getto sopra la città), a The Avengers, passando per il recente Thor di Kenneth Branagh, fino a Matrix (si pensi alle “camere” dei nascituri di Krypton).

Quella che invece è un’operazione altamente riuscita è l’integrazione tra effetti speciali e 3D: sia la parte iniziale del film, in cui si sviluppa la storia delle “origini della fine” di Krypton, sia quella finale, con il decisivo scontro tra Superman e il generale Zod (un Michael Shannon assai più espressivo e interessante degli altri “big” presenti, Russell Crowe compreso) sono congegnati come un vero piacere estatico per lo spettatore, che finalmente ridà un senso al tanto amato/odiato 3D.

In definitiva rimane l’idea di un’opera non all’altezza delle aspettative (che però, bisogna dirlo, visti i nomi presenti a livello di cast e di produzione, erano decisamente elevate), né tantomeno delle migliori di uno Snyder che ha saputo regalare, sempre rimanendo nel genere, un gioiello come Watchmen finora insuperato. Ciononostante i 143 minuti scorrono via bene senza annoiare né risultare pesanti. Passando sopra ad alcuni limiti strutturali l’opera merita di essere vista, anche solo per ammirare la bella Amy Adams (Lois Lane), che tra tanti roboanti fuochi d’artificio aggiunge un tocco di grazia femminile che non guasta mai.

Voto: 7

 

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