Presentato “Lei mi parla ancora”, il nuovo film di Pupi Avati: l’eternità dell’amore ci rende immortali

Alessandro Haber, Stefania Sandrelli, Renato Pozzetto (Ufficio Stampa Sky)

Scritto da Antonio Falcone

Si è svolta oggi, venerdì 5 febbraio, in diretta streaming dal Teatro Garbatella di Roma, la conferenza stampa di presentazione del nuovo film di Pupi Avati, Lei mi parla ancora, libero adattamento (la sceneggiatura è stata scritta dal regista insieme al figlio Tommaso) dell’omonimo romanzo di Giuseppe Sgarbi (edito da Skira, 2014), sentito e poetico racconto di quell’amore vissuto, all’insegna di un concreto “per sempre”, dall’autore verso la moglie Caterina, all’interno di un matrimonio durato 65 anni “terrestri”, ma destinato all’immortalità, in nome di una condivisione, anche combattuta, di ogni diversità, caratteriale come di atteggiamento esistenziale in genere, all’insegna dell’ “essere l’uno per l’altra, non l’uno dell’altra”, come si legge in un capitolo del suddetto romanzo. Avati coniuga letteratura e cinema ed elegge quale musa ispiratrice a rendersi forza trainante della narrazione il “gusto del racconto per il solo piacere di raccontare”, dando vita, riportando le parole espresse nel corso del suo intervento, ad “Una storia esagerata, incentrata su una specie di dismisura sentimentale. Oggi vi è il timore di esporsi, di dichiarare i propri sentimenti, anche in un ambito amicale. Non sembra più esservi spazio per quel “per sempre”… un tempo, negli anni ’50 da me vissuti, era invece piuttosto presente, non solo nei rapporti personali, ma anche nel rapporto con gli oggetti. Razionalmente comprendevi come fosse impossibile, ma per un attimo ci credevi, dando così quel senso di immortalità alla tua vita che è poi il perno di questo film”.

La trama, che pone sullo stesso piano narrativo passato e presente, verte sul profondo rapporto fra Nino (Renato Pozzetto/Lino Musella in gioventù) e Caterina (Stefania Sandrelli/Isabella Ragonese da giovane), un trascorso lavorativo di farmacisti in quel di Ro Ferrarese, due figli, che sembra destinato a finire una volta che la donna morirà dopo una breve malattia, ma propenso invece a perdurare in virtù del ricordo perpetrato dal marito, il quale rammenterà i momenti più belli ma anche quelli meno lieti della vita trascorsa insieme, dalla casuale conoscenza al matrimonio, passando per le incomprensioni di Caterina con la famiglia di lui e la profonda amicizia, tra pesca e disertazioni sulla poesia, di Nino col fratello di lei, Bruno (Alessandro Haber). Un rimembrare così vivido e pregnante che, è il pensiero della figlia (Chiara Caselli), meriterebbe di essere messo per iscritto, magari potrà aiutare il papà a metabolizzare il distacco. Contatta allora un ghostwriter, Amicangelo (Fabrizio Gifuni), un divorzio alle spalle ed una figlia verso la quale è in debito affettivo, perché provveda al riguardo… Lei mi parla ancora, riporto la mia primaria sensazione in attesa di scrivere una recensione completa, vive in primo luogo di una profonda simbiosi fra il regista ed il protagonista Nino, tale da sfiorare l’autobiografismo, come ha rimarcato anche lo stesso Avati nel rispondere ad una domanda: “Alla mia età penso di poter dire che conosco la vita abbastanza bene e non dimentico l’importanza dell’illusione, del saper sognare: l’esistenza ha senso se sappiamo mentire a noi stessi, se sappiamo illuderci, se continuiamo a sognare, a non fare troppi conti con la ragionevolezza

Sono elementi propri del carattere di Nino, interpretato magistralmente da un piacevolmente ritrovato Renato Pozzetto, il quale con estrema sensibilità alterna un fare sommesso e dolente ad una certa ironia, espressa sovente nello sguardo, propria di chi ha compreso come tale esternazione emozionale possa costituire “una  dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita” (Romain Gary), oltre ad assecondare quel buon senso “antico” che vede, come la campagna insegna, la morte appartenere alla vita e non viceversa. Nel commentare la propria prova recitativa Pozzetto ha quindi evidenziato che una volta letto il copione “Dopo cinque minuti ero già commosso, ho provato sensazioni abbastanza forti”, per cui una volta incontrato Avati ed averci parlato, gli ha esternato “Di sentire la coscienza a posto per poter interpretare quel ruolo”. L’elemento del ricordo assume in Lei mi parla ancora toni ora elegiaci ora favolistici, incastonati spesso all’interno di “un piccolo mondo ideale”, con un’attenta direzione degli attori, protagonisti e non, puntando in particolar modo sul loro rilievo emozionale, così da offrire dimensione opportuna al valore dei sentimenti. Parole che oggi potrebbero apparire desuete, quali rispetto, fiducia, comprensione reciproca, fino alla simbiotica condivisione di un abbandono totale verso la certezza di una continuità del rapporto una volta conclusa l’esperienza terrena, rendono alla parola amore un significato del tutto vivido, denso di palpitante umanità: una situazione di “normale” e quotidiana felicità, costruita giorno per giorno senza mai perdere negli anni la voglia di vivere e d’amarsi incondizionatamente, riuscendo anche a ridere l’uno dell’altro, accettando reciprocamente i propri limiti e i propri difetti, “Per sempre e nonostante tutto” (Johnny/ Al Pacino in Paura d’amare, 1991, Frankie e Johnny in originale, diretto da Garry Marshall). “È evidente che una storia d’amore così totalizzante seduce tutti, anche i giovani. So benissimo che può sembrare un concetto fuori dal tempo, ma sarebbe grave se ancora oggi i giovanissimi non pensino di poter stare tutta la vita con la compagna, il compagno, che amano in un dato momento”, ha dichiarato il regista.

Siamo di fronte ad un’opera che meriterebbe certo una visione compartecipata in sala, pensiero esternato da molti presenti alla conferenza, citando al riguardo  quanto detto da Nicola Maccanico, CEO di Vision Distribution ed Executive Vice President Programming di Sky: “Il cinema godeva di ottima salute prima della pandemia, dobbiamo affermare la diversità della sala, rispondendo ad un’esigenza sociale di condivisione che credo sarà fortissima una volta cessata l’emergenza sanitaria”, parole cui ha replicato Avati rammentando come il periodo di chiusura delle sale si stia gravemente prolungando, tanto da ravvisare la necessità di “ricreare le condizioni affinché le persone si ricordino di quanto fosse bello andare al cinema, considerando soprattutto la difficoltà di “ripristinare quel senso di necessità della sala cinematografica”. Lei mi parla ancora appare permeato di un’elegiaca autenticità (è una grandezza questa, c’è il saper raccontare cose complesse con una naturalezza di sentimenti ed emozioni difficilissima da trovare”, ha dichiarato Gifuni), vivendo anche di sottrazioni e sottintesi, come  evidenziato da Stefania Sandrelli, al suo primo film con Avati: “Ho avuto poche pose nel film, è vero, ma credo la cosa più bella del cinema sia proprio quella di portare a galla i non detti, le cose non fatte. E il dover rendere il senso di essere protagonista di una storia attraverso l’assenza è stata una sfida emozionante”. Fra gli altri interpreti ricordo Serena Grandi (la madre di Rino), Nicola Nocella (Giulio, tuttofare di casa Sgarbi), Gioele Dix (agente di Amicangelo) e Matteo Carlomagno (il figlio di Nino).

Lei mi parla ancora, film Sky Original, coprodotto con Bartlebyfilm e Vision Distribution in collaborazione con la Duea Film, prodotto da Antonio Avati, Luigi Napoleone e Massimo Di Rocco per Vision Distribution e Bartleby film in collaborazione con Duea Film, sarà trasmesso lunedì 8 febbraio alle ore 21.15, in prima assoluta, su Sky Cinema e poi on demand e in streaming su NOW TV.

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