La Grande Bellezza

La Grande Bellezza – Italia/Francia/Belgio 2013 – di Paolo Sorrentino

Drammatico – 141′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Jep Gambardella, 65 anni, è uno scrittore e giornalista navigato dal fascino innegabile, impegnato a districarsi tra gli eventi mondani di una Roma dalla bellezza altrettanto stupefacente.

 Sorrentino riesce a sorprenderci sempre di più ogni film che passa. Dopo capolavori assoluti come Le conseguenze dell’amore e Il divo era difficile fare meglio. La prova “americana” di This must be the place rimaneva su livelli più che buoni ma non era opera imprescindibile. La grande bellezza si candida invece ad essere l’apice raggiunto dal regista napoletano.

Il punto di partenza, candidamente confessato, è Federico Fellini, di cui Sorrentino rappresentava già il degno erede per la capacità di riproporne il virtuosismo stilistico come pochi altri. La differenza la fa stavolta il contenuto tematico. La grande bellezza sembra una perfetta sintesi tra La dolce vita e Roma, ossia la congiunzione tra il periodo neorealista (fine anni ’50, inizio ’60) e lo sguardo incantato e un po’ surreale del periodo onirico (seconda metà anni ’60, inizio ’70) che caratterizzano uno dei più grandi autori del 20° secolo.

Il Mastroianni della situazione è il miglior attore italiano contemporaneo: Toni Servillo, nel ruolo di Jep Gambardella, giornalista critico, intellettuale disincantato che si è lasciato alle spalle un romanzo giovanile per darsi a quella che Kierkegaard avrebbe chiamato la “vita estetica”. Da cineteca è a riguardo la sequenza iniziale del film, con l’orgia di colori, balli, musiche, sensualità, gioia di vivere e spettacolarità pura. La capacità con cui Sorrentino dipinge l’Italia delle feste e delle olgettine ha qualcosa di sublime, riuscendo a darne un quadro mirabile, pur mantenendo una distanza ironica capace di mettere in risalto ogni aspetto grottesco (e sono tanti) della questione. Non c’è grandezza morale, né volontà assolutoria da parte del regista. Solo la volontà di inquadrare la vita di Jep come metafora del percorso spirituale della nazione, rappresentata nello specifico dalla società romana.

Ad essere messa alla berlina è in primo luogo la borghesia medio-alta della Capitale, apparentemente trionfante nella sua sbornia radical-chic, ma sostanzialmente vuota, infantile e velleitaria. Costretta ad indossare una maschera per nascondere i propri fallimenti di cui pure ha cognizione, ma che cerca di affogare tra cocktail, perbenismo e storielle rassicuranti. È un grande palcoscenico quello di Sorrentino, dove ogni momento è attentamente codificato per creare stupore ed esaltare la figura del superuomo capace di districarsi nel nulla quotidiano. Si pensi alla scena del funerale, in cui tutta l’azione di Jep è tesa a cercare il comportamento perfetto, non teso alla ricerca di compassione e dolore, ma vòlto a suscitare l’attenzione dei suoi “colleghi”, nel teatralismo più assoluto. È il tentativo di adattare la vita come un’opera d’arte, così come nel Dorian Gray di Oscar Wilde. È la società dello spettacolo di Guy Débord. O la vita come rappresentazione teatrale di Goffman.

Ma è l’intera Roma a restare catturata da questa logica puramente concettuale nel suo spietato materialismo privo di spiritualità. I personaggi di Verdone e della Ferilli sono proletari falliti, privi di una ragione di vita e di uno scopo, che partecipano a questi eventi aggrappandosi alla tunica di Jep, colui che meglio di altri è il “maestro” indiscusso di questa vita mondana che riesce a domare come l’ammaestratore di leoni al circo. Colui cioè che ne comprende completamente il fascino e le miserie, scegliendo però consapevolmente di diventarne il “campione”, avendo ormai perso ogni altra ragione di vita.

È un viaggio di sostanziale decadenza quello a cui assistiamo: in cui il baluardo storico che dovrebbe resistere a tali dissolutezze, la Chiesa, viene ritratta come un organismo ormai incapace di far fronte a tale situazione, avendo ormai introiettato la volontà di vita lussuriosa dell’Italia berlusconiana. Non c’è però una critica profonda ai cardinali che parlano solo di ricette gastronomiche o alle bambine costrette in convento che mirano ammaliate il mondo dalle sbarre del convento. C’è piuttosto un ritratto bonario e quasi divertito che rimanda ancora una volta ai preti di felliniana memoria, sia a quelli che assistevano alle sfilate di vestiti in Roma, sia a quelli popolareschi e in balia degli eventi di Amarcord. La spiritualità pura sembra non esistere più, e quando appare (l’apparizione della “santa”) è esplicitamente deturpata a livello fisico, oltre che totalmente incapace di offrire un punto di riferimento per la prassi quotidiana. C’è qualcosa di profondamente grottesco e allo stesso tempo di romantico nella “santa” (palesemente ispirata a Maria Teresa di Calcutta) che propone il totale annichilimento della propria persona, attraverso l’esaltazione della fatica, del dolore, dell’autoumiliazione e della degradazione corporea.

Il contrasto con l’edonismo, di cui sembra panteisticamente tessuta la realtà circostante, raggiunge il culmine, ma non rappresenta la via di fuga cercata. L’amore della santa per il prossimo è invece un fossile storico, un residuo del medioevo, miracolosamente sopravvissuto fino ai tempi moderni. Intrecciando Hegel, Kierkegaard e Schopenhauer potremmo allora dire che se la tesi è la vita estetica e l’antitesi è la vita religiosa pura, la sintesi proposta da Sorrentino è la “grande bellezza”, ossia la ricerca dell’amore naturale, incarnato dalla donna amata in gioventù da Jep.

Questa sintesi però non si può realizzare fino in fondo, perchè la donna è morta. Il vero motore dell’opera è quindi la notizia della morte della fanciulla che in gioventù seppe far intravedere l’Assoluto ad un giovane diciottenne paralizzato dall’estasi. Il destino di Jep è quindi quello di una crisi senza uscita, che può trovare solo parziale consolazione nella rievocazione del ricordo di quel momento primordiale in cui tutto era perfetto, in cui l’icona della luna si stagliava sul mare, mentre una leggera brezza estiva colpiva gli scogli sollevando finemente la chioma della donna desiderata, pronta a concedersi al giovane incapace di reggere (e probabilmente inconsapevole di vivere) il trionfo della grande bellezza. La Storia e l’esistenza umana quindi non sono portati ad un ineluttabile progresso, ma sono viaggi in cui la vetta appare quando non sei pronto e non te l’aspetti, e soltanto quando l’hai scalata ti rendi conto che l’impresa è irripetibile e che il viaggio che contava davvero è già finito, lasciandoti davanti una serie di percorsi in discesa, verso obiettivi ormai privi di importanza, e come tali da riempire in una maniera qualsiasi (vita estetica, vita religiosa, arte, sesso, ecc.).

Questo è il senso filosofico profondo dell’opera di Sorrentino, che gli dà una forza tale da superare tutta la filmografia precedente. Non siamo quindi al mero omaggio felliniano: Roma è sì ritratta ironicamente e con sguardo personale, ma nella sua paesaggistica e nell’omaggio reso alle sue bellezze artistiche appare come la città che concentra in sé tante “piccole grandi bellezze” (di altre epoche e di altre persone ormai trapassate), meritevoli di ammirazioni ma ancora più remote e distanti della vera grande bellezza, che non può essere altro che personale e soggettiva.

Vale la pena anche ricordare la continuità con la caratteristica tematica principale dell’autore Sorrentino, ossia la capacità di narrare storie di uomini soli, pur non essendo privi di relazioni sociali; di personaggi cioè sostanzialmente disadattati, capaci di andare al di là dell’ordinario e quindi di uscire dagli schemi, rompendo per necessità o volontà quell’equilibrio che ne aveva caratterizzato l’esistenza fino ad un dato momento.

Ad essere perfetti non sono però solo il soggetto, il cast e la scenografia ma l’insieme delle parti, che godono di una sceneggiatura diabolicamente perfetta, con dialoghi pungenti e sagaci, sempre sorprendenti. Le musiche, la regia complessiva, il virtuosismo costante, il simbolismo… tutto sembra incastrato come i pezzi di un puzzle irripetibile.

Si spiega facilmente perchè al Festival di Cannes Sorrentino sia stato omaggiato con ben nove minuti di applausi. Tutti meritatissimi.

Voto: 10

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