Audition

Ôdishon – Giappone 1999 – di Takashi Miike

Drammatico/Horror/Mistery – 115′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: cinefacts.it)

Shigeharu Aoyama è un uomo di mezza età rimasto vedovo dopo la morte per malattia della moglie. Suo figlio Shigeiko gli propone dopo tanti anni di incontrare nuovamente una donna e di risposarsi. Dopo un attimo di esitazione l’uomo si convince e si reca dall’amico produttore cinematografico Yasuhisa Yoshigawa, che organizza un’audizione per un film che non verrà mai realizzato, con il solo scopo di far incontrare più ragazze ad Aoyama, che sceglierà la sua sposa.

All’audizione si presentano varie ragazze, ma Aoyama rimane subito colpito dalla bellezza e dalla dolcezza di Asami, una ragazza che dichiara di essere stata una ballerina che dopo un grave incidente ha dovuto rinunciare ad una fortunata carriera. Inizierà a frequentarla ma presto verranno a galla molti punti oscuri sul suo passato…

 

Pare che durante una proiezione del film avvenuta a Dublino alcuni spettatori siano usciti dal cinema visibilmente sotto shock. Uno addirittura è svenuto. Marilyn Manson definì lo stile di Miike troppo estremo per il suo stile. Durante il festival di Rotterdam invece una signora si avvicinò al regista accusandolo con tre semplici parole: “You’re evil!”.

Perchè Audition, uno dei film che aumentò la fama crescente del giapponese Miike all’estero, è così scioccante? Non è solo per le scene di violenza ai limiti dello splatter. Di queste è pieno il cinema contemporaneo, prima e dopo Miike (basti, tanto per fare un esempio rimanendo nell’alveo del cinema artistico, ricordare Funny Games di Haneke).

La novità essenziale è che questa violenza si cala in un contesto di amore, e va a travolgere con una foga totalmente ingiustificata il protagonista Shigeharu Aoyama, un sensibile e gentile uomo di mezza età verso cui Miike ci fa provare un sentimento misto di simpatia e affetto. Non importa se Shigeharu (interpretato da Ryo Ishibashi) sia realmente o meno oggetto delle violenze cui assistiamo con orrore nel finale. Quel che appare ingiustificato, tanto da far parlare la signora di puro “evil”, è che tormenti e sofferenze degni della Santa Inquisizione vengano inflitti ad una persona così compìta che colpe non ha, se non quella di essersi innamorato. Audition è forse l’opera che più di ogni altra criminalizza il sentimento d’amore e lo punisce con una veemenza spaventosa.

L’idea che da un sentimento così nobile scaturisca il peggior male possibile è semplicemente ripugnante e inaccettabile per chiunque, tanto da arrivare a sconvolgere i sensi e turbare nel profondo l’animo umano. In quest’ottica Asami Yamazaki (Eihi Shiina) rappresenta l’archetipo moderno della sirena: affascinante e ammaliante esternamente, grottescamente terribile internamente. Puro odio e follia, essere animato non dalla volontà di vita ma dalla volontà di morte e di creare il maggior dolore possibile al prossimo.

Attenzione però, perchè alla rappresentazione scenica resa visibile da Miike può non corrispondere la realtà: nel senso che l’intero finale in cui lo splatter si fa largo potrebbe non essere altro che un viaggio onirico del protagonista. Un incubo più che un sogno, dettato da un inconscio turbato per diversi possibili motivi: l’aver tradito la moglie defunta; l’aver conquistato la ragazza con un metodo poco “onesto”; il timore di soffrire di nuovo atrocemente, come accade sempre in una relazione sentimentale tanto profonda; oppure semplicemente il timore per quel che potrebbe nascondersi dietro (dentro) una donna di cui conosce realmente ben poco…

Non è escluso però che il finale violento sia reale e il “risveglio” non sia altro che il vero sogno di un uomo che rifiuta la cruda realtà. Takashi Miike gioca così sull’indistinguibilità di sogno e realtà, immettendo la propria opera in un filone che parte da Bunuel e passa per maestri come Fellini, Lynch e Cronenberg.

Altra novità di Miike sta però nell’intreccio di stili e generi, per cui tale passaggio nell’onirico non è una costante di tutta l’opera, ma sconvolge inaspettatamente solo il finale. Il resto del film è un pastiche di generi: dal melodramma al sentimentale, dal giallo hitchcockiano alla commedia grottesca. Solo nel finale si fa largo il tandem thriller/horror con i risvolti surrealisti sopra descritti. Il ritmo accelera improvvisamente, terrorizzando un cuore calmo e impreparato a quel che sta per accadere. La testa fa fatica ad assorbire di colpo immagini così crude e forti, che si accavallano in maniera repentina mettendo a dura prova eventuali stomaci delicati. Takashi Miike può rassicurarsi: non è il male incarnato. Però bisogna ammettere che qualche elemento di devianza questa folle genialità ce l’ha.

Voto: 8 

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