Vestito per uccidere

Dressed to Kill – Stati Uniti 1980 – di Brian De Palma

Crime/Drammatico/Mistery – 104′

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: mymovies.it)

Chi meglio di Brian De Palma ha raccolto l’eredità di Alfred Hitchcock, di un cinema di suspence, capace di parlare per immagini e di raccontarci storie tramite i mezzi visivi?

Ancora una volta il regista americano mostra di saper padroneggiare al meglio questi mezzi nel film, ormai culto, “Vestito per uccidere“.

De Palma rivisita Psyco di Hitchcock arricchendolo di una componente sessuale che non era così esplicita nel maestro inglese, sempre castigato nelle sue messe in scena: le scena della doccia resa famosa da Psyco viene qui riproposta per ben due volte da De Palma che non lesina nel mostrarci i corpi seducenti delle attrici protagoniste.

Da Psyco viene inoltre ripreso lo sdoppiamento della personalità del protagonista maschile, qui un medico psichiatra, transessuale che vive il dramma dello sdoppiamento della sua componente maschile da quella femminile e la lotta che tra queste si instaura.

Ma vi è tuttavia in De Palma un’originalità sia tecnica che contenutistica. Da alcune sequenze, come quella girata nel museo appare tutta la maestria nell’uso della macchina da presa, nel filmare la caccia ad alto tasso erotico, in cui alternativamente la preda diventa cacciatore ed il cacciatore preda. Vi è un’armonia nel susseguirsi di queste immagini che ben difficilmente si ritrova altrove.

Ma il motore primo di questo gioco è lo sguardo. Lo sguardo che si scambiano i due estranei di fronte al dipinto, uno sguardo che va oltre il comune senso del pudore, come farà ben notare successivamente il regista poco prima che la protagonista femminile venga uccisa. Lo sguardo che si scambiano la protagonista e la bambina nell’ascensore, diventa oggetto di rimprovero della madre verso la figlia, quasi a ricordare che lo stesso sguardo scambiato tra i due  estranei al museo è qualcosa che va oltre la morale e le conseguenze di questo non possono essere calcolate.

Vi sarà poi lo sguardo tra le due donne protagoniste, quasi un passaggio di consegne, nel momento della morte di una di queste.

Ultimamente ci sarà lo sguardo del medico, Dr. Elliott, nello specchio, sguardo che sarà rivelatore della verità, della doppiezza e contemporaneamente ci ricorderà la scena dell’ascensore in cui la verità si manifesta solo attraverso un gioco di specchi.

Bello è l’utilizzo che De Palma fa dello split screen per far convivere le vicende dei protagonisti e per far sussistere nello stesso istante passato e presente, visualizzando i pensieri dei protagonisti nell’atto del ricordare.

La trama è senza dubbio molto intrigante: una donna, Kate Miller (qui impersonata da Angie Dickinson) vive una vita familiare tranquilla, ma si sente sessualmente poco attraente. Si consiglia così con un medico, il Dr. Elliott, qui impersonato da Michael Caine.

Dopo una di queste visite, la donna si reca come di consueto al museo di arti visive ed incontra uno sconosciuto, da cui si lascia sedurre. I due  passano un pomeriggio di passione in un hotel. Quando la donna si risveglia e decide di tornare a casa, lasciando l’albergo si imbatte con uno squilibrato che la uccide seviziandola con un rasoio.

Una donna, che si scoprirà poi essere una prostituta d’alto bordo, assiste al delitto e da questo momento diventerà oggetto delle manie dell’assassino.

Il finale sarà ricco di sorprese, per il ribaltarsi dei piani e l’emergere di una verità inaudita.

Un film ricco  di tensione e di suspence che sicuramente non lascerà insoddisfatti i cultori del genere. Da segnalare anche l’uso di una componente immaginifica e di sogno-incubo che sicuramente impressiona lo spettatore, incapace di distinguere tra sogno e realtà.

Voto: 8

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