L’ Intervallo

L’Intervallo – Italia/Svizzera/Germania 2012 – di Leonardo Di Costanzo

Crime/Drammatico – 90′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Un ragazzo di 17 anni è costretto a tenere segregata in un vecchio palazzo abbandonato una ragazza 15enne senza sapere nè il motivo nè il tempo previsto della prigionia. Lo fa di controvoglia, obbligato da brutti ceffi appartenenti ad un clan del quartiere. Siamo a Napoli. Nonostante tutto i due ragazzi, nonostante gli screzi iniziali riusciranno a conoscersi e a stringere legami forti. In attesa dell’arrivo del boss Bernardino…

 

L’intervallo è una di quelle opere che si inseriscono con successo nel doppio filone del neorealismo e del film di genere. Neorealismo per evidenza stilistica e tematica: spettacolarismo pari a zero. Ambienti e scenografie ridotti all’osso, anzi, visto il contesto “alle macerie”. Una manciata di attori alla prima esperienza. Lingua parlata unicamente quella del dialetto, rendendo necessari i sottotitoli. Pochissimi fronzoli registici, secondo la lezione del miglior Rossellini. Leonardo Di Costanzo va dritto al punto e cattura l’essenza di una storia ordinaria di camorra. Una storia scritta di getto, ispirata probabilmente da fatti reali, e sceneggiata ottimamente dallo stesso Di Costanzo assieme a Maurizio Braucci e Mariangela Barbanente. Una storia di mafia. Eppure capace di evadere per larghi tratti dalla tematica in questione.

I picciotti compaiono all’inizio e alla fine. C’è anche una breve sortita a metà dell’opera, per mantenere desta l’attenzione, ma sostanzialmente il loro ruolo è marginale, pur muovendo da dietro le quinte la realtà con poche parole e gesti. Segno di un potere sconfinato eroso alle istituzioni e ai popoli di certi quartieri napoletani.

L’intervallo è però anche un film che racconta l’adolescenza, il carattere e i sentimenti di due giovani comuni, coinvolti loro malgrado con la criminalità organizzata, così come i servi della gleba erano coinvolti loro malgrado nei capricci dei signori feudali. La ragazza, Veronica, 15enne, non può concedersi il lusso di scegliere il ragazzo che vuole, specie se questo è appartenente ad un altro quartiere “nemico”. Salvatore deve fare la sua corvée abbandonando un giorno di lavoro (venditore di granite) al servizio del boss Bernardino. Non c’è neanche bisogno della forza per convincere entrambi. Bastano le minacce lanciate da gente che non scherza.

Eppure i due giovani si ribellano lo stesso. Lo fanno accennando ribellioni, strafottenza, diniego. Ma alla fine è la volontà di vivere che li obbliga a desistere. E questa è la grandezza del film: riuscire a mostrare come la “volontà di sopruso” (obiettivo del racconto del film secondo l’autore) non riesca, nonostante tutto, a eliminare la voglia di vivere dei due giovani. Questi, superate le diffidenze reciproche iniziali, mettono da parte i musi lunghi per andare all’avventura di un mondo inesplorato, spaventoso, misterioso come quello dell’edificio abbandonato in cui sono stati confinati.

Lontani dalle torture psicologiche del mondo esterno è come se ritornassero bambini: scherzano, ridono, si raccontano favole, sognano, immaginano, si squadrano in maniera sensuale e/o affettuosa. È come se da Garrone il registro deviasse improvvisamente verso un film di Rohmer, di esplorazione dell’educazione sentimentale.

L’intervallo raggiunge picchi di intensità incredibili proprio perchè riesce a mettere a nudo la volontà di vita e l’entusiasmo che viene represso nella gioventù napoletana, costretta invece di necessità a reprimere tali istinti per assumere pose adulte coraggiose e bellicose. Soccombere sì, si può. Ma non prima di aver mostrato il proprio valore, la propria integrità morale e fisica.

E qui non si può non introdurre una parentesi sulla splendida interpretazione dei due protagonisti Alessio Gallo e Francesca Riso. A splendere è soprattutto la seconda, capace di unire rabbia, sensualità, voglia di lottare, disperazione, innocenza e istinto popolare. Lo ammetto: non ho potuto fare a meno di pensare a certe prove di Sophia Loren. Direbbe Totò, la Napoli che ci piace: “e ho detto tutto!

Voto: 7

 

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