In Questo Mondo Libero

It’s a Free World… – Regno Unito/Italia/Germania/Spagna/Polonia 2007 – di Ken Loach

Drammatico – 96’

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: myMovies.it)

Inghilterra. Angie, impiegata di un’agenzia di collocamento, non ha avuto una vita semplice né tanto meno un’educazione e un’istruzione accurate ma è una ragazza giovane ed energica, dotata di forte senso pratico, ambizione e coraggio. Ha alle spalle una vita disordinata in cui non è riuscita a costruirsi un futuro e ha bisogno di dimostrare a se stessa e agli altri che può farcela da sola, senza l’aiuto di nessuno. Dopo essere stata licenziata per aver risposto male ad un cliente, Angie si rende conto che per lei è arrivato il momento di dare una svolta decisiva alla sua vita. Così, insieme alla sua coinquilina Rose, decide di aprire una propria agenzia per inserire nel mondo del lavoro i numerosi immigrati in cerca di un’occupazione. La loro è una sfida difficile e, senza alcuna preparazione, le due ragazze si trovano a dover affrontare la periferia e lavorare tra criminali, uffici di collocamento in cui si potrebbe impazzire, burocrazia e immigrati disperati alla ricerca di un misero impiego, capendo il vero significato di parole come ‘lavoro flessibile, precariato e globalizzazione’.

Hannah Arendt ne La banalità del male si chiedeva fino a che punto nella Germania nazista potesse dirsi innocente il semplice soldato che prendeva ordini da gerarchi spietati e sanguinari.

In un altro libro assai meno noto (L’esperimento profano) la storica Vittoria Di Leo rendeva evidente come le violenze perpetrate nella Russia rivoluzionaria non fossero soltanto il frutto della volontà di un dittatore isolato dalla società, ma fossero scelte condivise e appoggiate alla gran parte di quel proletariato che per secoli aveva subito vessazioni infinite.

In questo mondo libero affronta fondamentalmente questi due nodi, ponendo due domande basilari. Uno: Angie, degradata e sottomessa da un sistema socialmente e culturalmente violento, quale grado di responsabilità detiene per le scelte che la spingono sulla strada della sua nuova “attività imprenditoriale” moralmente assai discutibile?

Due: in un sistema violento è lecito reagire con la violenza indiscriminata rinchiudendosi nel proprio mero istinto di sopravvivenza, prevaricando chiunque altro, nel generale disinteresse per tutto ciò che non riguardi la propria famiglia?

Sono domande che purtroppo non hanno una risposta oggettiva, ma meritano una riflessione personale. Solo facendo riferimento al proprio riferimento morale e valoriale è possibile trovare delle vie d’uscita. Ken Loach riesce non solo a far nascere queste domande nello spettatore, ma lo obbliga a trovare una risposta. Senza peraltro nessuna pretesa di voler intervenire in questa riflessione, resistendo forse alla tentazione di buttare lì risposte fin troppo facili da esporre.

Il dramma vero dell’opera è però il sostanziale rifiuto da parte di Angie di porsi tali domande, e tantomeno di cambiare strada, di invertire la rotta ritornando ad un umanismo sociale di qualche tipo. Non solo si rifiuta di ascoltare il padre che la invita abbastanza esplicitamente a prendere “coscienza di classe”, ma si auto-convince nel profondo di sé stessa di essere dalla parte del giusto. Il perchè è presto detto: quando la società è disgregata, quando non ci sono più regole, quando vige l’anarchia del capitalismo per cui non ci sono certezze sociali ed economiche, allora non rimane altro da fare che concentrarsi su sé stessi e sulla propria famiglia, l’unica cosa che conta realmente assieme ai beni materiali, nel più completo disinteresse per ogni altro tipo di valore ideale “astratto”.

La storia di Angie è la storia di buona parte dell’Occidente degli ultimi trent’anni. E’ la caduta negli inferi di una civiltà che produce personaggi privi di umanità e ormai incoscienti di essere diventati automi insensibili al servizio di un sistema malato. Come i soldati nazisti che davano per normali i campi di concentramento. Come gli operai russi che hanno giustificato le deportazioni e le “rieducazioni” di chiunque potesse minacciare un ritorno al potere della borghesia. Vittorio Arrigoni direbbe che la discriminante è quella di restare umani. Ken Loach ci stordisce e ammutolisce rendendoci visibile come sia oggi estremamente facile e diffuso perdere questa umanità. Lo fa con una sceneggiatura impeccabile (premio al festival di Venezia del 2007) e con un cast di attori sconosciuti e dilettanti che conferiscono il necessario realismo al tutto.

Le debolezze vengono sul fronte stilistico: si scorge una fotografia troppo ancorata al timbro televisivo più che a quello cinematografico, dando luogo ad un registro asciutto e scarno. Essenziale come sarebbe piaciuto a Rossellini probabilmente, anche se privo di quella magia lirica e monumentalità del soggetto. In questo mondo libero resta comunque un’opera notevole, con cui Loach affronta il tema del lavoro, della globalizzazione, dell’alienazione e dell’immigrazione da un punto di vista inedito e illuminante. Non c’è miglior modo di chiudere che quella di usare le parole dello stesso regista: “Lo sfruttamento è cosa nota a tutti. Quindi non si tratta di una novità. La cosa che ci interessa di più è sfidare la convinzione secondo la quale la spregiudicatezza imprenditoriale è l’unico modo in cui la società può progredire; l’idea che tutto sia merce di scambio, che l’economia debba essere pura competizione, totalmente orientata al marketing e che questo è il modo in cui dovremmo vivere. Ricorrendo allo sfruttamento e producendo mostri“.

Voto: 7

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