Chinatown

Chinatown – Stati Uniti 1974 – di Roman Polanski

Drammatico/Mistery/Thriller – 130′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

L’investigatore Gittes viene assoldato da una donna che si presenta come la signora Mulray per investigare sulla presunta infedeltà del marito. Riesce dopo diverso tempo a fotografarlo in compagnia di una giovane ragazza, ma si presenta al suo cospetto la vera moglie di Mulray che minaccia l’uomo.

Intanto si ritrova il corpo senza vita del marito. Continuano quindi con molti pericoli le indagini di Gittes che lo condurranno da Noah Cross, padre della signora Mulray mentre la ragazza che tempo prima aveva fotografata era la sorella della donna. Le due donne cercheranno di fuggire dal padre possessivo, ma una finirà uccisa e l’altra ricondotta dal padre.

 

Lascia perdere Jack. È Chinatown.

 

Lascia perdere Jack, siamo in un mondo senza regole. Siamo in un mondo dove i più forti trionfano. Dove vige la legge della giungla. Dove apparentemente quelli come noi possono scoprire tremendi misfatti e sperare di cambiare il corso degli eventi, indagando, minacciando, denunciando, spifferando ai giornali o alla polizia. Apparentemente. In realtà non rimane altro che lasciar perdere, che là fuori c’è Chinatown. Dove un’indagine rigorosa, condotta per oltre due ore da un Jack Nicholson all’apice della sua forma, si schianta in un attimo contro un muro fatto di omertà, connivenza mafiosa, corruzione, sostanziale ingiustizia e degrado, squallore grottesco disturbante.

Non ci sono parole in realtà per descrivere la violenza sociale, politica, morale, estetica e fisica in cui si avvolge il finale dell’opera (opportunamente modificato in tal senso dalla volontà di Polanski). Chinatown, nelle sue ultime cinque parole, suona come un “j’accuse” che alza il tasso di denuncia oltre tutte le porcherie che emergono progressivamente durante la lunga e certosina indagine del detective Gittes (Nicholson).

Gittes si muove per tutta l’opera come il classico eroe tragico: solo contro tutti, alla ricerca della verità, non accontentandosi solo di trovarla, ma con la volontà di usarla per assaltare il cielo, facendo cadere i veri “pesci grossi” che muovono i fili di un teatrino fatto di morti, speculazioni, tangenti, affari milionari. La sua caduta è tanto più tragica quanto maggiore è il suo tasso di genuino idealismo, a differenza di un Humphrey Bogart dotato di maggiore senso stoico, pur di fronte alle sconfitte. Gittes no. Non è uno stoico. Non accetta la tragedia senza batter ciglio. Ne rimane sconvolto. Così come rimane schifato dalla situazione che va a susseguirsi. Avrebbe ancora voglia di lottare, di ribellarsi, di urlare. Il suo sguardo finale dice questo, il che lo rende il personaggio più vivo di tutti, anche se costretto dai rapporti di forza ad accettare la drammatica sentenza (“Lascia perdere Jack. È Chinatown.”) che ne sancisce l’impotenza.

Qui sta la prima grande differenza con tutta la tradizione del cinema classico noir dei ’40s, di cui Chinatown è illustre omaggio: il profondo pessimismo dell’autore, unito alla maggiore volontà di un’umanità più idealista e ribelle. In fondo sembra quasi una metafora dei movimenti di protesta dello stesso periodo (inizio anni ’70) in cui viene girato il film. Non è d’altronde un caso che vi siano numerosi elementi di critica anticapitalista nel film: dal Gittes che straparla contro le banche mentre è dal barbiere, allo spaventoso intreccio generale che sancisce il potere assoluto, quasi in stile di Ancien Régime, del ricco patriarca (padre-padrone) Noah Cross (impersonato da John Huston), personaggio che incarna in sé il Male assoluto, nella stessa maniera in cui l’Anticristo poteva esserlo in Rosemary’s Baby.

Questo elevato tasso di denuncia etico e politico non è certo inedito nel genere noir, ma raggiunge livelli inediti di violenza, spiegabili solo dal riuscito incontro tra il genere letterario hard boiled, incarnato in particolar modo dai romanzi giallo-polizieschi di Raymond Chandler, con la nuova sensibilità post-moderna (che negli stessi anni sanciva il trionfo di Arancia Meccanica e dell’ispettore Callaghan). È grazie a quest’ultima che Chinatown diventa un vero capolavoro fuori dal tempo: sfruttando la sceneggiatura da oscar di Robert Towne, Polanski non esita ad adottare canoni visivi estremamente moderni nella rappresentazione della violenza. Di qui la scena in cui lo stesso Polanski, in un piccolo cameo, taglia un pezzo di naso a Gittes. Senza contare le numerose scene di lotta, assai poco idealizzate, che trovano il loro apice nella sparatoria finale, in cui il viso sfigurato di Evelyn Cross Mulwray (Faye Dunaway) viene esposto in maniera impietosa. Mostrando che quello stesso splendido occhio verde, in cui si trovava una “voglia nera”, ora non esisteva più, devastato da una pallottola vagante. Metafora grottesca e tremenda.

Tutto ciò viene raccontato da Polanski in maniera sublime, con una narrazione implacabile nella sua rigorosità. Dialoghi scattanti, densi, carichi di informazioni eppure comprensibili, come da tradizione del cinema classico. Si dice l’essenziale, con qualche gradevolissima concessione al registro comico (storica la barzelletta del cinese) mentre il resto lo si capisce dall’espressività dei volti (e qui non si può non rendere omaggio alle grandi prove di tutto il cast, tra cui spicca un monumentale Jack Nicholson). Fotografia e numeri da grandangolo straripanti, a inquadrare una costumistica altrettanto curata e certosina. E infine la regia in sé, con una camera da presa che alterna perfettamente piani-sequenza, contropiani, riprese a mano, campi lunghi e primi piani. Semplicemente la perfezione formalista, nonché una delle massime espressioni del cinema (non solo noir) di tutti i tempi.

Voto: 10

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