Essere John Malkovich

Being John Malkovich – Stati Uniti 1999 – di Spike Jonze

Commedia/Drammatico/Fantasy – 113′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Craig Schwartz (John Cusack) è un burattinaio di scarso successo, vive con la moglie Lotte (Cameron Diaz), ossessionata degli animali (in casa hanno un cane, un gatto, uno scimpanzé, un’iguana, un furetto e un pappagallo). Lotte sprona Craig a cercare un lavoro che gli permetta di sbarcare il lunario, grazie alla sua abilità nel muovere le dita ottiene un impiego come archivista alla LesterCorp, un’azienda molto particolare situata al settimo piano e mezzo (quindi con soffitti molto bassi) di un grattacielo di New York. Qui Craig incontra il presidente, il dottor Lester (Orson Bean), e Maxine (Catherine Keener), una bellissima collega della quale Craig si innamora.

Casualmente un giorno Craig scopre dietro ad un mobile un passaggio che gli consente di ritrovarsi dentro la testa del famoso attore John Malkovich, dopo circa 15 minuti viene catapultato nel New Jersey in un fosso adiacente ad un casello autostradale. Craig mostra la sua scoperta a Maxine che ha l’idea di creare una società, la J.M. Inc., che durante le ore notturne permette a chiunque di essere John Malkovich per 15 minuti al costo di 200 dollari.

Signore e signori, si va in scena. Cala il sipario e compare sullo schermo l’inizio di un viaggio meta-cinematografico, in bilico tra fantasia, schizofrenia, surrealismo, grottesco e dramma psico-sentimentale. Come è potuto accadere tutto ciò in un unico film? Grazie al talento, il genio, l’inventiva del soggettista/sceneggiatore Charlie Kaufman. Poi certo con la mano importante di Spike Jonze, che per l’occasione esordisce come regista così come Kaufman entra di prepotenza nel mondo del cinema. E non si deve dimenticare un cast di lusso e davvero eccezionale nelle varie prove. Ma se Essere John Malkovich è degno della nomea di capolavoro il motivo principale sta senz’altro nel suo sorprendente soggetto, che porta a livelli elevatissimi il livello di avanguardia meta-cinematografica. Meta-cinema, cioè il cinema che parla di sé stesso, o in cui evita di nascondersi (come si faceva una volta) e preferisce mostrarsi apertamente, sfruttando addirittura il proprio potere acquisito nella società.

L’idea di fondo è già di per sé in effetti un esito estremo dello star system hollywoodiano e di tutto un paradigma culturale che ci porta a ritenere le vite dei vip più importanti, belle e degne di essere vissute rispetto alle proprie. Non solo per il gusto di uscire dall’anonimato di una vita mediocre, sia chiaro, ma anche per la possibilità di potersi realizzare pienamente come persona, sia dal punto di vista spirituale (la scoperta della propria bisessualità realizzata da Lotte) che lavorativo (il Malkovich/Craig che sfonda nel mondo delle marionette). Quello che Kaufman realizza è una critica implicita ma spietata di questi meccanismi, in cui prevale allo stato più bieco il mero opportunismo individuale, senza nessuna considerazione de “l’altro”.

I dubbi umani, etici, filosofici passano per un istante nella testa di Craig che tenta di esporli a Maxine, ma la non-risposta sprezzante che segue basta a cancellare per tutto il resto dell’opera le varie considerazioni che i protagonisti potrebbero e dovrebbero fare. Questo aspetto è senz’altro il fattore più grottesco dell’opera, e la genialità di Jonze e Kaufman è riuscire a far passare questo aspetto quasi di sottecchi, senza cioè che lo spettatore sia spinto direttamente a rifletterci sopra. Alla fine però è impossibile non accorgersi di questo aspetto: il continuo accentuarsi di situazioni kafkiane, la caratterizzazione negativizzante di tutti i personaggi, l’esplosione finale dei sentimenti e la prospettiva che venga prolungato il “furto” (perchè tale è) del corpo di una bambina da parte di altri esseri umani, sono tutti elementi che creano un effetto alienante e nauseante per lo spettatore.

Alla critica antropologica segue, anch’essa celata, ma neanche poi tanto, la critica strutturale alla società capitalista. Critica che si esprime almeno in due fattori: palese è l’idea di far diventare un business “diventare John Malkovich” per quindici minuti pagando solo duecento dollari. Quanto costa in fondo l’intimità, la coscienza, lo “spirito” di un essere umano? Che problema c’è a portare alle estreme conseguenze la mercificazione dell’essere umano, portando non solo le proprie attività, il suo corpo, ma addirittura la sua mente, a disposizione del mercato?

Il secondo elemento di critica è l’accusa rivolta nei confronti dell’industria culturale (vedi Adorno), del sistema mediatico e, in fondo, della stessa società, di non giudicare (e premiare) l’arte e le qualità estetiche per come sono realmente nella loro essenza, ma per le condizioni in cui vengono presentate. Il burattinaio Craig è un fallito disoccupato, nonostante abbia un talento enorme che, snobbato da tutti, non riesce a conquistare nemmeno il cuore dei passanti per strada. Ma quella stessa arte, che emanata da Craig non viene considerata, ottiene fama e prestigio internazionali nel momento in cui viene dispensata da John Malkovich. Non importa insomma cosa si dice. Importa chi lo dice.

Tutte queste riflessioni scaturiscono da un film che in effetti è tutto tranne che noioso, didattico e riflessivo. Assistiamo anzi ad un taglio da commedia di classe, attraverso una serie di ambienti e scene surreali che si accavallano rapidamente tra loro, creando un rimando ideale ai grandi maestri confrontatisi con il tema sogno/realtà (Fellini e Bunuel lungo il filo che arriva a Kusturica e Gondry). Il ritmo è sferzante, quasi incalzante.

L’apice giunge senz’altro nella famosa scena in cui Malkovich, entrato nella sua stessa testa, si ritrova in un ristorante al tavolo con una prosperosa donna che ha il viso di… Malkovich, così come tutti i presenti, che dicono solo… Malkovich per esprimere qualsiasi asserto. Un divertissement squisito e trascinante, difficile anche solo da concepire (figurarsi pensare davvero di metterlo in pratica) per un comune mortale.

Gli attori sono poi eccezionali nell’impersonare le nevrosi di personaggi effettivamente imprevedibili: John Cusack protagonista in un ruolo da anti-eroe che lo vede peggiorare sensibilmente la propria condizione inizialmente commovente e sincera. Il suo è un percorso anti-formativo. Invece di evolvere e migliorare, il suo status psico-fisico è regressivo, giungendo a fare pietà e ribrezzo nell’ultima scena. La fredda, spietata e cinica Maxine Lund (una eccezionale Catherine Keener, candidata all’oscar per l’interpretazione) e Lotte Schwartz (una Cameron Diaz irriconoscibile all’inizio, bravissima poi nella trasformazione in donna in preda a crisi di nervi e passioni) sono due donne opposte per carattere, e nonostante la loro condotta per tutta l’opera sia moralmente degradante riescono ad ottenere quella felicità finale che non viene concessa a Craig. Infine lui, John Malkovich che interpreta John Malkovich, o per lo meno che interpreta l’immagine da noi percepita di un attore professionale e intellettuale come John Malkovich. Sublime. Da segnalare quanto meno l’espressione ginnica nella scena in cui realizza un balletto da marionetta per Maxine.

Questo e molto altro (ad esempio i gustosi brevi cameo di Brad Pitt e Sean Penn) è Essere John Malkovich, esordio sfolgorante per un duo (Jonze e Kaufman) che sapranno mostrare anche negli anni successivi delle capacità davvero portentose.

Voto: 9

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: