FAVOLA IN BIANCO E NERO – O di una contraddizione

Scritto da Matteo Pivotto (foto dell´autore)

Lo scarlatto è un colore appariscente e acceso, invita a sensazioni appassionanti e concrete, tuttavia lo ritengo troppo vigoroso se accostato al blu che, al contrario, esprime tranquillità, equilibrio, ma anche buio e gelo.

Eppure, in quell’immagine ormai tutta sdrucita, quasi dimenticata, sgualcita da un lato, e ritrovata per caso in una vecchia “scatola dei ricordi”, c’era qualcosa che mi faceva apprezzare quella composizione un po’ troppo sgrammaticata, sebbene molto creativa, perché frutto di un’inconsapevole fantasia.

Solo noi due eravamo i protagonisti, due amici di infanzia, lui che indossava una felpa di colore rosso, molto larga e per nulla aderente ai fianchi, come era consuetudine allora, e io che vestivo un maglione blu notte di Parigi, con due toppe di un colore blu ancora più scuro cucite sui gomiti (ve le ricordate?). Sullo sfondo, uno scenario sfumato, fuori fuoco e irriconoscibile, presumo uno dei luoghi frequentati nei primi anni della nostra giovinezza, ma nessuno sforzo mnemonico mi concedeva di ripristinare alla mente quel paesaggio.

Pur nella loro contrarietà, entrambi i colori, il rosso e il blu, sembravano trasmettere un’insolita sensazione di vivacità e felicità, davanti a una scena autunnale indistinta, spenta, smorzata nei ricordi e vaga.

Stavo ancora in piedi, ricurvo in maniera un po’ goffa, e con un braccio teso e appoggiato sulla maniglia di un cassetto, a ripensare a quel paesaggio, ma il mio pensiero, intanto, divagava. Due colori distinti, quasi a simboleggiare un evidente e acceso contrasto, seppur espressione di un’amicizia che tuttavia nega e disillude gli opposti, e invece unisce, nel contesto di quell’ambientazione amorfa e cupa.

La realtà che stiamo vivendo negli ultimi tempi è stata, ma sembra purtroppo tuttora, una contraddizione forte e continua ai nostri schemi di vita, quasi anche una beffa o una sfida, che sfuma, scolora e soffoca momentaneamente i nostri orizzonti. Eppure, in mezzo a questa nebbia ci siamo sempre noi, con i nostri rossi e blu, con quelle stesse emozioni ancora più vive e impetuose che mai.

La fotografia di questa stessa realtà pare però aver perso di tono e di saturazione, e ha lasciato e lascia ancora degli spazi fuori fuoco, così come tali appaiono ancora alla nostra comprensione.

E in una fase della nostra storia in cui un’epidemia, improvvisa quanto subdola, ci ha costretti alla segregazione sociale e psicologica, alla moderazione degli affetti e al timore, o meglio, al dubbio e all’imbarazzo nei confronti del nostro prossimo nel ritenerlo un “portatore sano”, non posso che ripensare a quella giornata in cui, trascinato da una curiosità oltremodo superiore alla consapevolezza dei potenziali rischi che avrei corso, afferrai la mia reflex analogica e decisi, ipotizzando la giustificazione della spesa, di esplorare la città, rinchiusa, preoccupante e silente, nel suo “lockdown”.

Caricai la fotocamera con un rullino a pellicola in bianco e nero (qualcuno ne avevo conservato, nel caso avesse potuto servire ancora). Credevo che quella pellicola avrebbe espresso, e impresso meglio nella memoria, la crudezza di quello che sarei andato a documentare.

Chissà se, in quel vuoto assurdo, sarei riuscito comunque a disegnare uno scenario che lasciasse intravedere una prospettiva più ampia, più nitida e più decisa dello sfondo annebbiato dell’immagine dei due amici.

Ho percorso le strade di una città pressoché deserta, statica, surreale, ma al tempo stesso illusoria. Infatti, mi illudevo, o almeno fingevo, di imbattermi in una piazza gremita di gente, tra volti confusi, distratti, sfuggenti, o anche spensierati, fantasticanti, fiacchi, ma pur sempre volti! Il riflesso di quella luce dura sul porfido risplendeva a tal punto da disegnare sulla pavimentazione delle sagome, trame, forme e geometrie che i passi della gente, in tempi “migliori” avrebbero prepotentemente coperto, impedendo di rilevarle.

All’angolo, una caffetteria. Io ci capitavo spesso per quella piazza. Ogni mattina una ragazza, non poi così giovanissima, soleva prendere posto allo stesso tavolo in quel bar, davanti alla vetrata azzurra che volgeva all’esterno, e consumare il suo caffè macchiato sempre alla stessa ora, con una precisione al minuto. Guardava sempre verso fuori, ostentando uno sguardo confuso e perso. Non sembrava solita al sorriso, i suoi movimenti, però, tradivano in lei l’attesa di qualcosa, o di qualcuno. Chissà se mi aveva mai notato, ogni volta che capitavo davanti a quella vetrina azzurra!

L’ombra del mattino accentuava quella ritualità sul suo viso, già trasfigurato dal riflesso attraverso il vetro, esaltandone i lineamenti e la tridimensionalità.

Quel locale, in quel giorno, ovviamente era chiuso. Dietro la vetrina era stata tratta una tenda. Quel tavolino così appartato è rimasto quindi inaccessibile. Nel vuoto di quella piazza, dal selciato così risplendente di una ritrovata, sfavillante luminosità, che mai avrei osservato in circostanze di regolare “normalità”, sembrava veramente che ogni voce, ogni speranza e ogni desiderio, che spesso sprigionavano dai passanti, si fossero momentaneamente congedati, per ritrovarsi poi, forse, in tempi futuri.

Poco più avanti, sotto i portici, un piccolo supermercato. Un ragazzo, che indossava una mascherina semifacciale e dei guanti alle mani, regolava l’ordine di accesso al negozio. Allorquando mi trovai vicino all’ingresso, pur senza lasciar intendere di fermarmi, egli capii che non era mia intenzione entrarvi.

I suoi occhi grigio-azzurro intenso, affaticati quanto crucciati, nella frazione di un istante mi hanno comunicato molto più di mille parole. Quello sguardo di un attimo sembrava voler attrarre la mia attenzione con insistenza e determinazione, quasi per cercare chissà quale motivazione al compimento di quella operazione che selezionava, distanziava le persone e ancor più ne limitava le libertà di azione.

Qualche tempo più tardi, il lockdown finì. Riuscii di nuovo, e senza addurre scuse evidenti. In quella stessa piazza, prima vuota a tal punto da risultare persino angosciante, si è rivisto circolare un po’ di persone. Il silenzio è stato sostituito dal calpestio dei passi sulla pavimentazione, non più così luminosa. Ma la gente, lo si intuiva, non era la stessa. Innanzitutto, proseguiva il suo cammino quasi con sospetto.

Al posto di quei sorrisi, o del broncio, o dei lamenti, una mascherina, indossata da ciascuno, celava ogni segno di emozione ed espressività. Quegli occhi, un tempo accesi o densi di curiosità, in quel momento sembravano solo orientati verso il basso, al fine di evitare qualsiasi contatto, anche solo visivo, con le persone sconosciute. Ricorderò sempre quel signore con il cane, lui con la maschera, il cane con la museruola, entrambi che marciavano guardando in giù, su quel lastricato ormai privo di una ragione per stare a osservarlo.

Quel bar era ancora chiuso, e in giro, di quella ragazza, non s’intravvedeva neanche l’ombra.

È trascorso ancora qualche tempo. I bar e ristoranti hanno ripreso le loro attività. Sul quel tavolo dietro alla vetrata azzurra è stato posto un cartello: “Vietato sedersi.” Forse colpa del mantenimento del distanziamento dentro al locale? Un altro tavolino, giusto un poco più indietro, era occupato da due persone che consumavano una bevanda calda. Ma la solita donna, purtroppo, non c’era.

Per la strada sembra che l’epidemia sia stata superata, ma non tutti la pensano allo stesso modo e, a dire il vero, fanno bene a mantenere il sospetto, e la precauzione. La mascherina è diventata più un corredo, o un monile, e non già per coprire naso e bocca. D’altronde, dopo tre-quattro mesi, tutti noi abbiamo bisogno della nostra boccata d’aria libera, e di far almeno finta di ripristinare quegli affetti che, tutt’oggi, il distanziamento sociale ci obbliga ancora a tenere a freno e a soffocare. Quale logorante impresa!

Tutti quanti sono tornati all’aperto, invogliati anche dal progredire della bella stagione, per ricercare cose o persone che attendevano da mesi. Anche in quell’occasione, lei, la ragazza, purtroppo non si è vista.

Ieri, proprio ieri, tornando nuovamente per quella piazza, il sole accecante, quel bar chiuso per turno, e la gente sempre indifferente, ma forse meno diffidente del contagio, tutto sembrava tornato, esteriormente, alla sua “normalità”. Eppure, lei non c’era.

Improvvisamente, spinto come da un inspiegabile soffio di vento fresco e leggero, mi girai all’indietro. Quasi come un segno? Ed eccola! Lei era lì, indossava una mascherina di colore scuro, ma gli occhi, scoperti, non l’avevano tradita! Era proprio lei, in piedi, al di sotto della prima arcata di quel corridoio sotto i portici! La poca luce sul suo volto non mi impedì di scorgerla. Ci incrociammo con lo sguardo, e allora lei, avendomi veduto, abbassò la mascherina e si lasciò sfuggire un sorriso per diversi secondi. Lei all’apparenza così seria, che aveva scoperto il viso e approcciato un sorriso rivolto proprio a me? Allora è vero che quando transitavo per quella piazza, in fondo lei si era sempre accorta di me!

Aspettò ancora un attimo, come se volesse salutarmi con gli occhi, e poi se ne andò.

Domani ritenterò a camminare per quella piazza. Forse lei si troverà ancora lì, in quello stesso punto.

Che strano questo Coronavirus, che indebolisce, ammala, separa, divide, ma anche unisce nella distanza, rattrista e sconforta, eppure spinge persone, che non si vedono da tempo, a cercarsi, a riconoscersi, ad apprezzarsi, come un inspiegabile bisogno di rinascita, e a condividere attimi di vita con un’intensità emotiva che mai, nel passato, forse era mai stata raggiunta.

Ad ogni modo, questa non vuole essere una canzone triste, ma solo una favola in bianco e nero! E come in tutte le favole c’è sempre una morale, oppure un significato profondo, un insegnamento latente o un’opportunità da cogliere, sempre se sappiamo cercarli, tutti questi segni!

Vi rendo partecipi, infine, di un mio sogno recente. Mi trovavo in macchina assieme a un collega con il quale non ho più alcun rapporto sociale, né contatti da anni. Ricordo che è sempre stata una persona molto decisa, non era avezza a tergiversare sulle scelte da prendere, e spesso individuava subito la soluzione che conveniva. Ci trovavamo all’interno della sua automobile, mancavano solo poche decine di metri per raggiungere la piazza Grande, ma inaspettatamente, egli sterzò a sinistra, entrando in un vicolo stretto e scarsamente illuminato dal sole. Quello che mi ha sorpreso davvero, tuttavia, è che nella realtà, quel vicolo non esiste!

Percorremmo a passo d’uomo quella stradina semibuia e angusta, le persiane malconce di quelle rade finestre che vi si affacciavano erano tutte accostate o chiuse. D’un tratto, quasi al termine del vicolo, compare un bambino. Sbucato dal nulla, pensammo! Sebbene il vicolo fosse assai stretto, ritenni che se il bambino avesse continuato a rimanere immobile, a raso del muro, il collega sarebbe riuscito ad andare oltre.

Lui era un uomo molto deciso. Ciò nonostante, subito si fermò, come se avesse scelto di aspettare quello che sarebbe dovuto accadere. Lo guardai negli occhi. Non v’era in lui alcuna espressione riconoscibile, se non un lineamento freddo, imperturbato. Perché indugiava a ripartire?

Dall’altra parte del vicolo, una signora anziana si era avvicinata, forse la nonna. Guardava anch’essa quella scena e attendeva. Come mai il mio collega insisteva e esitare ogni reazione? La situazione cominciava a intridersi di un’effusione surreale, teatrale, inquieta e perfino spaventosa.

Mi destai pochi istanti dopo. Che senso aveva quel sogno? E come mai il mio collega non si era comportato da uomo deciso e pacato qual’era? Ci ragionai un po’ su. Alla fine, capii che a un sogno si possono attribuire migliaia o zero significati, ma forse il mio collega è stato, al contrario di quanto inizialmente credessi, razionale e sicuro come sempre. Ha deciso infatti di non preferire la soluzione più avventata, veloce e incosciente. È stato prudente e paziente, come di fatto dobbiamo continuare ad essere tutti quanti noi prima di “cantare definitivamente vittoria” sulla sconfitta di questo Coronavirus.

Così come nel sogno, aspettando un poco e se non mi fossi destato, il bambino si sarebbe scostato e avrebbe raggiunto la nonna in sicurezza, al termine del vicolo, così anche noi, solo dopo aver perdurato, per il tempo necessario, con le scelte, le azioni e gli atteggiamenti di buon senso, avremmo ripreso la marcia e saremmo usciti da quel vicolo oscuro, ovvero dal tunnel, sconfiggendo la pandemia!

Per tale motivo questa favola, ancora acromatica o desaturata, tornerà presto a essere un romanzo a colori, colmato dalle tinte e dal calore delle nostre passioni più profonde, quando queste potranno tornare finalmente a esprimersi liberamente, senza distanze, né maschere, né paure e pregiudizi, e divieti.

E noi saremo di nuovo lì, al chiarore del sole, su quella piazza o davanti a quello scenario, raffigurato dai gesti della nostra finalmente “ordinaria” quotidianità, che l’epidemia ha solo parzialmente oscurato, per ridargli luce, rimetterlo a fuoco ancor meglio di prima, e a fotografarlo in tutta la sua rinata, abbagliante luminosità.

 

#wewillwin
Matteo Pivotto
Luglio 2020

 


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