…e ora parliamo di Kevin

We need to talk about Kevin – Regno Unito/Stati Uniti 2011 – di Lynne Ramsay

Drammatico/Mistery/Thriller – 112’

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine cinemadelsilenzio.it)

Eva e Franklin sono una normale coppia che ad un certo punto ha un figlio, Steve. Questo però si rivela fin dalla culla un bambino assai difficile e introverso, tanto da far diventare la vita della madre un inferno. Quello che sembra un problema di carenza affettiva diventa però col passare del tempo l’impressione della nascita di un dramma esistenziale dalle tendenze schizoidi e psicologicamente malate.

Presentato al Festival di Cannes, premiato al Festival di Londra, apprezzato al Festival di Toronto e al Noir Film Festival di Courmayeur, We need to talk about Kevin è un’opera in effetti davvero notevole per la sua natura grottesca e inquietante, ma anche per i suoi pregi artistici.

L’opera, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Lionel Shriver, è diretta da una bravissima Lynne Ramsay, nota per le sue produzioni indipendenti inglesi, che utilizza una struttura narrativa fatta di continui andirivieni temporali, alternando presente e passato (entrambi tormentati) della vicenda, attraverso gli occhi dell’eccezionale Tilda Swinton (Eva), non a caso premiata con un European Film Awards 2011 come miglior attrice.

È uno stile virtuoso, quello della Ramsay, come se ne vedono pochi in giro. Capace di costruire una tensione via via crescente attraverso un uso della temporalità calibrato a dovere. Ma anche alternando a dovere i ritratti indiavolati del giovane Kevin, della frustrata Eva e del pacioccone Franklin (John C. Reilly, qui decisamente sacrificato e poco valorizzato in un ruolo da comprimario) con una visione fotografica sublime.

In mezzo il dramma esistenziale di una donna che si sente colpevole nonostante non abbia colpe evidenti. Un dramma insolubile e per questo tragico, perchè fondato sulla presa di responsabilità scaricatale addosso dall’intera società oltre che da sé stessa. Perchè non si è riusciti a evitare la strage? Perchè si è distrutta una famiglia normale e felice? Perchè un carico d’odio e di rivolta è sfociato in un omicidio di massa senza apparenti motivazioni socio-economiche?

Non c’è una risposta per Eva, che non potendo sopportare l’intrinseca malvagità e perversione del figlio, gli sta vicino e si preoccupa per lui, prima, durante e dopo i suoi terribili crimini.

Ricordate Elephant, il capolavoro di Gus Van Sant in cui si narravano i momenti che precedono una strage di ragazzi compiuta in una scuola da uno studente? Ecco, questa è una proposta di ricostruzione biografica del giovane serial killer “medio”. Una ricostruzione che non dà risposte chiare né definitive sui motivi di tale gesto, neanche per lo stesso autore, cui si concede la grazia di un leggero inizio di rinsavimento (ma sarà genuino?) al termine della narrazione.

Angoscia, grottesco, groppo in gola e tensione narrativa sono quindi gli ingredienti di un dramma psicologico a tinte noir che aggiorna con maestria Hitchcock al 2011. E abbiam detto poco…

Voto: 8

 

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