The Hunter

Shekarchi – Iran/Germania 2010 – di Rafi Pitts

Drammatico/Thriller – 90′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Teheran: Alì, uscito da poco di prigione, ha trovato lavoro solo come guardiano notturno, il che gli impedisce di avere molto tempo da passare con la propria famiglia (moglie e figlia). Un giorno queste rimangono però vittime durante una manifestazione soffocata nel sangue dalla polizia. Dopo aver sperato che almeno la figlia si fosse salvata Alì perde la testa e realizza la propria personale vendetta. Non ci vorrà molto perchè venga catturato in mezzo ad un bosco. Un bosco da cui però i poliziotti che l’hanno preso non riescono più a uscire…

The Hunter è un film molto stimolante, perchè quando esci dalla sala cinematografica ti accorgi lì per lì che non hai capito una mazza di quel che è accaduto. La maggior parte delle persone, di fronte a simili incresciosi eventi, getta la spugna e si attacca ad una birra (diventando una spugna, oh oh oh). Credo invece che valesse la pena provare a scavare sulla simbologia e sul clima di denuncia politica e antropologica connesso all’opera.

La denuncia socio-politica innanzitutto, che appare immediatamente evidente allo spettatore: entra in scena l’esistenza sciagurata imposta ad un uomo normale, un Alì qualsiasi (impersonato ottimamente dallo stesso regista), colpevole di essere un ex-carcerato e per questo costretto a vivere una vita d’inferno in una Teheran di per sé già abbastanza infernale per asfissia ambientale e giuridica. Ma Alì non è solo. Nonostante abbia una capacità di relazionarsi socialmente pari a quella di un anziano bradipo Alì gode di una bella famiglia, moglie e figlia, che vede però svanire nel nulla durante una repressione violenta da parte della polizia.

A questo punto scatta il tassello che fa uscire l’opera dalla cappa di oppressionante e grigia alienazione, animandola con uno scatto di vita totalmente irrazionale e assurdo. Alì, non trovando più senso in una vita in cui gli viene portata via non solo la dignità personale, ma perfino gli affetti personali, decide di reagire. Lo fa in maniera apparantemente stupida, violenta, episodica, con la volontà di avere una vendetta rapida e sicura. Ammazza due poliziotti scelti a caso, sacrificati come simboli del regime. Poi il rientro nei ranghi della razionalità. La presa di coscienza di quel che si è fatto. Forse il pentimento. Più probabile la paura. Di sicuro l’incapacità di rimanere lucidi e freddi, il che lo porta a farsi catturare in tempo zero da una polizia che brancolava nel buio. E’ la tragedia di un uomo ridicolo, o come è stato fatto notare intelligentemente, un dramma esistenziale tipicamente kafkiano: l’individuo che, come nei romanzi Il Castello e Il Processo, tenta di ribellarsi al sistema, o quantomeno di difendersi da esso, cercando una soluzione a problemi che non gli sono neanche così chiari.

Qui si chiude di fatto la prima tematica. Nella seconda parte dell’opera si entra in uno schema onirico e al limite del tragicomico. I due poliziotti che si perdono nella foresta iniziano a mostrare insofferenza l’un per l’altro. Il distacco dalla civiltà e dal controllo asfissiante del regime precipita in una situazione confusa, in cui apparentemente si evidenziano le contraddizioni culturali del regime (poliziotto “di professione” cattivo contro giovane recluta “buono”) ma in cui di fatto emerge fino in fondo la grettezza di una società (solo quella iraniana o interamente quella umana?) che ha smarrito la capacità di scegliere il bene collettivo, ed è tutta ripiegata a cercare il proprio bene personale. Nella situazione di “stato di natura” emergono gli istinti, le passioni, i sentimenti, la paure più celate.

Soprattutto prevale il “bellum omnium contra omnes” in cui ognuno pensa a sé stesso, e paradossalmente a mostrare un volto più umano, reso tale forse dalla riscoperta della propria dignità interiore, è lo stesso Alì, il quale diventa però il simbolo di una onestà morale e di una ribellione che sono portate tragicamente alla sconfitta. Ne segue il senso di amarezza e profondo disfattismo pessimistico che emana l’opera di Pitts, il quale si mostra autore a tutto tondo (regia, soggetto, sceneggiatura, attore protagonista) per un film girato in maniera sapiente, tenendo conto delle tecniche di fotografia e di regia moderne, e mostrando parallelismi sia con la tradizione neorealista (tipica di gran parte dell’attuale cinema iraniano d’essai, vedi Gatti Persiani e Le ragazze offside), sia con una tradizione simbolista più tipica nel Nord-Europa “romantico”. Tanto di cappello insomma, anche se la desolazione che rimane al termine della visione porta a prendere in considerazione l’idea che col senno di poi forse era meglio evitare un’analisi del genere e lanciarsi su una birra…

Voto: 7

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