Edward Mani di Forbice

Edward Scissorhands – Stati Uniti 1990 – di Tim Burton

Drammatico/Fantasy/Romantico – 105′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: screenweek.it)

Un eccentrico e anziano inventore crea un essere umano che chiama Edward. Mentre ultima le modifiche sull’insolito “figlio”, l’inventore gli trasmette nozioni di galateo, di buona educazione, e di luoghi comuni. Una tragedia improvvisa, però, incombe su entrambi: il vecchio uomo muore prima di dare alla creazione un paio di mani, al posto delle quali ha un insieme di forbici e lame molto taglienti.

Molti anni dopo Edward viene scoperto da Peggy, che lo porta a casa con sé.

Nonostante gli imbarazzi le difficoltà di intraprendere una vita sociale il giovane inizia presto a farsi strada come giardiniere, dando a piante e a siepi le forme di fantasia più originali.

Fino al giorno in cui si innamora della figlia di Peggy, Kim, la quale però è fidanzata e inizialmente mostra timore nei suoi confronti. Sarà a causa sua che il destino di Edward comincerà a volgere verso il peggio, nonostante col tempo il sentimento sembra venga sempre più ricambiato…

Dopo lo straripante successo di Batman (1989) Tim Burton aveva sempre più voglia di sognare, libero dai condizionamenti e dalle imposizioni dei produttori hollywoodiani. Edward mani di forbice arriva quindi nel momento migliore, potendo l’autore vantare su un certo credito finanziario e fiduciario da parte dell’industria cinematografica. E soprattutto avendo Burton furbamente pagato di tasca propria e per tempo (per evitare intrusioni sgradite di terzi) la sceneggiatrice Caroline Thompson che avrebbe dovuto adattare un soggetto suggerito tra le altre cose, pare, da un disegno realizzato dall’autore in età infantile.

Una volta pronta la sceneggiatura non rimane che scegliere i protagonisti e preparare il contorno. Mai l’insieme delle scelte fu tanto azzeccato. Johnny Depp è una delle più grandi scommesse vinte dal regista. All’epoca attore popolarissimo ma non per le doti cinematografiche, bensì per la presenza nella serie televisiva 21 Jump Street. Puntare tutto su un attore dal volto assai espressivo ma conosciuto solo per una fiction giovanile era quindi assai rischioso, e si può capirne oggi il rischio guardando i risultati ottenuti dai protagonisti di serie come Beverly Hills e Dawson’s Creek

Il modo in cui Depp (che pure in un tutto il film dice appena 169 parole) si cala nel personaggio ha del sublime. Fin dalla prima inquadratura non si può non rimanere commossi per l’immedesimazione che impone questa figura in bilico tra il grottesco e il mostruoso, eppure animato da sentimenti così genuini e nobili. Al suo fianco una giovanissima (e splendida) Winona Ryder, nel ruolo dell’amore impossibile cui aspirare. Motivo tragico che diventa il conduttore centrale dell’opera, rendendone l’aspetto fiabesco comprensibile e apprezzabile da ogni persona che non sia ruvida di cuore.

C’è poi l’aspetto puramente fantastico, alla cui origine si trova pure la presenza (una delle ultime purtroppo) di Vincent Price, nel ruolo “dell’inventore” di Edward. Le menomazioni e l’aspetto poco rassicurante del protagonista (per il cui trucco pare ci si sia ispirati a Robert Smith dei Cure, o più in generale al peggio dell’estetica hairy-dark un po’ metallara degli ‘80s) esprimono in maniera implicita l’aspetto più sociale e politico del film. Edward infatti simbolizza sia lo “straniero” bizzarro, sia il portatore di handicap, sia in generale tutto ciò che è diverso rispetto alla società americana. Questa viene fatta coincidere da Burton con il classico quartiere americano fatto di villette con giardino, famiglie WASP, donne casalinghe e mariti lavoratori, ecc.

Insomma il sogno americano che vede il trionfo della borghesia, di quella middle classe estesa a livello universale in cui non esistono problemi economici e in cui non esistono problemi di sorta. La critica di Burton è spietata e mette a nudo tutte le contraddizioni di questo modello sociale che si finge solo fintamente liberale e tollerante verso Edward, godendone la novità finchè le conviene: da momento che rompe la noia di un posto in cui non sembra succedere nulla, al suo sfruttamento come giardiniere e acconciatore di capelli…

L’incapacità però di accettare nel profondo il “diverso”, né soprattutto di accettare di essere superati da esso (specie quando risulta essere privo di mani…) fa venire però fuori il carattere reazionario e culturalmente regressivo di tutta (e si ribadisce il “tutta” dato che il cattivo non è solo l’antipatico ragazzone specchio del classico bullo) la bella borghesia americana, che non esita a trasformarsi in una folla inferocita di stampo medievale con forconi e torce, quasi come nel finale dell’opera La bella e la bestia.

A livello stilistico infine si può apprezzare fino in fondo l’uso maestoso dei colori e delle grafiche visive, in grado di mutare esemplarmente in base alle situazioni umorali del film, che varia spesso registro sforando anche nel registro comico-umoristico, seppur con un effetto un po’ straniante.

È comunque sublime la capacità di passare dai colori sfolgoranti e candidi (che caratterizzano inizialmente la cittadina) allo stile squisitamente espressionista del castello e del finale. Inutile aggiungere parole sulla capacità sopraffina del regista di gestire tempi, riprese e narrazione. Un’importante nota di merito va infine fatta a Danny Elfman e alla sua colonna sonora candida ed esemplare, che aggiunge ulteriore regalità e sentimento al racconto.

Voto: 9

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