Level Five

Level Five – Francia 1997 – di Chris Marker

Documentario/Romantico/Guerra – 106′

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: wikipedia.org)

Chris Marker continua a stupirmi. Il suo “Level Five” non è facilmente classificabile: un documentario, un film di finzione, un videogioco?
Quello che constato è una ammirevole capacità di far convivere generi diversi in un’unica pellicola. Come già in “Sans Soleil” Marker utilizza poi inserti di altri film dando così alla propria opera la forma di un ipertesto, ricco di rimandi all’esterno.
Perchè documentario? Marker cerca di ricostruire le sorti della battaglia di Okinawa, di mettere in luce i piani dell’esercito giapponese sull’isola, ossia l’utilizzo di essa come pedina di uno scacchiere più vasto. Risulta chiaro fin da principio che l’operazione sarà un’operazione suicida: l’isola è votata al martirio per il bene del Giappone. Di qui il soffermarsi di Marker sul dramma di quegli uomini, civili soprattutto, ai quali fu ordinato di ricorrerre al suicidio di fronte al nemico incombente. Tutto ciò sulla base di un’astuta opera di propaganda volta a far apparire gli americani come dei sanguinari, capaci di qualsiasi efferatezza nei confronti del nemico.
Marker porta qui testimonianze di sopravvissuti, di coloro che arrivarono ad uccidere i propri cari (madre, padre, fratelli e sorelle) per farli sfuggire ad un destino insopportabile. Toccante  la testimonianza di un uomo di nome Kinjo. Questi mette in luce aspetti della cultura giapponese che ci fanno comprendere meglio le ragioni del comportamento suicida. Lo stesso Kinjo, assassino dei propri cari, confessa di aver trovato una ragione per vivere nella fede cristiana, che sola permette con la conversione, il perdono. (Kinjo è oggi un pastore evangelico).
Accanto alle testimonianze dei sopravvissuti e alle immagini di un’Okinawa oggi, che porta ancora con sè i segni indelebili della battaglia nelle sue costruzioni e nella gente che vi abita, Marker porta immagini dell’epoca e riflette sul potere della macchina da presa, assimilabile ad un fucile per la sua capacità di spingere al suicidio gli indecisi: come non decidere per il suicidio davanti ad una macchina da presa, come non mostrare il proprio coraggio davanti a questa macchina capace di memoria.
Il tema della memoria, della volontà dell’uomo di far diventare permanente la memoria umana tramite mezzi meccanici è un tema ricorrente nell’opera di Marker (si veda in proposito “Sans Soleil” ove Marker arriva a tematizzare l’assenza di oblio  come una caratteristica della società futura). La riflessione sulla memoria è lasciata alla voce narrante che ricorre a Platone per spiegarci come avvenga la perdita di memoria nell’uomo, nel momento della propria nascita e poi man mano che egli diventa adulto.
 
Finzione? Nonostante i fatti narrati mettano in luce molte testimonianze storiche, il punto di partenza del film è un elemento di finzione. La protagonista e voce narrante (n.b.  la voce narrante mi sembra essere una caratteristica dell’opera del regista francese e lui stesso riconosce la narrazione in prima persona come un segno di umiltà, ossia “tutto ciò che posso offrire è me stesso”), la sua storia e il motivo di partenza della narrazione filmica risultano essere qualcosa che ha escogitato il regista per dare il là alla narrazione storico-documentaristica.
La produzione di un videogioco sulla battaglia di Okinawa, un gioco di ruolo che ne narri i vari aspetti senza permettere un capovolgimento delle sorti è il punto di partenza della narrazione. La moglie del programmatore si trova davanti all’opera incompiuta del marito defunto e decide di affrontarla per terminarla e per rispettarne così la memoria. Nel fare questo,  ella prova lo stesso strazio che quegli innocenti hanno provato in quei frangenti terribili. La sua disperazione per la dipartita del marito è pari alla disperazione di quegli uomini che sono giunti ad uccidere i propri cari.
E’ il tentativo di preservare la memoria davanti all’oblio inesorabile che strazia la donna. Solo la presenza del marito defunto la renderebbe capace di quella pienezza, di quella felicità che ora le manca e che ella con lui ricercava (il “level five” che da il titolo al film, in quella possibilità di vedere la vita e i rapporti personali come in un videogioco ove il quinto livello è il livello massimo, il livello della piena realizzazione, il livello della piena comunione che forse potrà essere raggiunta solo nell’aldilà).
Marker gioca qui con le possibilità infinite date dalla tecnica informatica, riflettendo anche sulle potenzialità di una rete che unisca gli uomini a livello neuronale e dando ampio spazio al computer (qui un  MacIntosh) per mettere in immagini la sua capacità immaginativa.
Molti gli spunti di riflessione che la protagonista femminile ci dà nelle sue confessioni a cuore aperto davanti ad una videocamera, nelle quattro mura del suo studio. Difficile trovare un legame tra di essi anche se tutti ci dicono dello stato di perenne malinconia in cui vive la donna, non dissimile dallo stato in cui vivono gli abitanti di Okinawa.
Un film molto poetico, un omaggio manifesto (si veda la citazione) ad un altro film francese sulla tragedia della guerra in Giappone: “Hiroshima mon amour” di Alain Resnais, film che attraverso una storia d’amore rifletteva sul male della guerra.
Chris Marker dà un contributo molto personale alla propria opera prestando la sua voce come voce narrante che si alterna a quella della donna nella narrazione degli eventi e delle storie che giungono da Okinawa.
Encomiabile il lavoro nel montaggio di un’opera così complessa e quello di ricerca delle fonti.
Consiglio il film a chi voglia approfondire le sue conoscenze sulla storia della seconda guerra mondiale e voglia toccare con mano la tragedia giapponese, oltre a coloro che vogliano conoscere il cinema del regista francese.
 
Voto: 8

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