Un Giorno di Ordinaria Follia

Falling Down – Stati Uniti/Francia/Regno Unito 1993 – di Joel Schumacher

Crime/Drammatico/Thriller – 113′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

È apparentemente un giorno come un altro a Los Angeles: Bill, in tenuta da ufficio, camicia e cravatta, è in macchina. Preso in un ingorgo causato da lavori sulla strada, è stravolto dal caldo, un caldo torrido che non dà scampo e il suo nervosismo cresce mentre è immobile nel traffico. Dopo un po’, stravolto, esce dall’abitacolo con la sua valigetta, lasciando la macchina nel traffico e provocando le ire degli automobilisti. Ha deciso che deve tornare a casa dalla figlia e dall’ex moglie. Lungo il tragitto si prenderà un paio di rivincite personali e punirà chiunque diventi un ostacolo sul suo cammino.

Nel prezioso libro “L’impero invisibile. Destra e razzismo dalla schiavitù a Obama”, l’autore Guido Caldiron ricorda come Un giorno di ordinaria follia sia stato visto da molti come “il simbolo della rabbia di quelli che negli Stati Uniti sono definiti come “hewmies”, white school educated white males, i bianchi diplomati: il cuore della piccola borghesia del paese.” Rabbia verso chi? Ma naturalmente verso le altre minoranze sociali (latinos, neri, orientali, ecc.) “privilegiati” da un sistema di welfare che li avvantaggia per rimediare alla strutturale discriminazione e difficoltà sociale di cui sono fatti oggetto quotidianamente.

Detto in parole spicciole: William “Bill” Foster (un sublime Michael Douglas ai tempi d’oro) è un bianco quarantenne frustrato per aver perso tutto (famiglia, lavoro, rispetto, rilevanza sociale) ed un giorno, immerso nella poltiglia del traffico perverso di Los Angeles, finalmente esplode, smettendo i panni del perbenismo borghese per indossare quelli di incazzato con tutto ciò che non sopporta e trova ingiusto.

È in effetti una ribellione anti-sistema quella di Bill, che sembrerebbe essere apparentemente bipartisan, andando a parare da un lato (cioè da destra) su un razzismo evidente verso gli “stranieri” (il commerciante coreano reo di non parlare bene la lingua inglese e di fare prezzi troppo alti; la gang latino-americana tipicamente criminale e proto-mafiosa) e verso i privilegi e gli sprechi perpetuati nel settore pubblico (vedi gli operai che lavorano su una strada che non ha niente di danneggiato) e dall’altro (apparentemente da sinistra) in un’ottica antinazista (l’episodio del negoziante di materiale militare), anticapitalistica (l’accusa alle banche e al sistema finanziario) e antipadronale (vedi gli episodi del campo di golf e della villa del chirurgo plastico).

In realtà il personaggio di Bill (e questo Caldiron lo spiega assai bene) è pienamente inserito in un prototipo socio-politico tipico di una destra estrema moderna: i suoi valori-cardine sono la famiglia, il matrimonio indissolubile, l’ordine, l’onestà e la legalità, l’individualismo libertario (ma solo quando riguarda sé stessi) e l’etica del lavoro. Bill è in fondo una brava persona. Vive come tutti portandosi dietro un po’ di pregiudizi che lo rendono umano e facilmente identificabile dallo spettatore medio, che tende ad immedesimarsi inconsapevolmente in lui facendo il tifo neanche troppo segretamente per chi si ribella alle piccole ingiustizie della quotidianità. Il problema è che questo prototipo è tutto fuorchè un personaggio politicamente neutrale, bensì pienamente inserito in un campo politico di un’estrema destra assai furba e, nella sua volgarità, intelligente nel presentarsi: rifiutando feticci ideologici del passato ormai impresentabili (fascismo e nazismo) questa destra è economicamente anti-sistema, ma in un’ottica non egualitaria, bensì escludente.

Chi merita un certo livello di vita con certi diritti sono quelli che rientrano nel sistema di pensiero di Bill, ossia degli hewmies. Ne consegue l’adozione di un razzismo di fondo non esibito platealmente ma mascherato al punto da apparire giustificato e sopportabile (il coreano e i latinos in fondo sono degli stronzi che in una maniera o nell’altra se la vanno a cercare non essendosi comportati bene nei suoi confronti). Questo il retaggio culturale del personaggio, che unito al ricorso alla violenza del self-made man americano crea un’affascinante ponte tra la “romantica” ribellione militare di Rambo che scappava dalla società rifugiandosi sulle montagne e l’Edward Norton di Fight Club che riesce a strutturare un contro-potere istituzionale in grado di liberare l’inconscio animalesco dell’uomo.

Joel Schumacher riesce a gestire bene questo intricato gioco socio-politico, godendo di un Michael Douglas particolarmente ispirato e calzante per il ruolo, ma alternando anche i giusti spazi al protagonista con una regia d’autore che si concretizza in tutta la sua potenza fin dalle scene iniziali del film, con una fotografia alienante ed un montaggio frenetico necessario a far precipitare subito lo spettatore nel clima di uscita dalle regole e dalle convenzioni, per salire su un treno diretto verso una follia iconoclasta da cowboy un po’ delirante.

Ne viene fuori un’opera d’azione a tratti straripante per il suo carico d’imprevedibilità, frenata soltanto dalla narrazione più lenta delle indagini di polizia, in cui compare l’alter ego di Bill: il detective Martin Prendergast che dopo una vita passata dietro alla scrivania scende in strada per cercare di risolvere l’intricato caso nell’ultimo giorno di lavoro prima di andare in pensionamento anticipato.

Prendergast (impersonato dal grande vecchio Robert Duvall) dovrebbe essere l’eroe positivo da cui lo spettatore dovrebbe prendere esempio, ma non riesce certo, per carisma, a rimanere impresso nella mente quanto il furoreggiante Bill. Il tentativo di riequilibrare le parti quindi fallisce, e ne esce fuori un film spudoratamente di destra (come poteva esserlo ad esempio un altro capolavoro come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo). E ciononostante un gioiello che merita di essere visto e rivisto. Perchè l’estetica fa un discorso a sé, anche se certe questioni contenutistiche è sempre bene conoscerle per ragionarci sopra…

Voto: 8

 

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