L’OMBRA DI CASA

(THRILLER DA UNA STORIA VERA)

CAPITOLO 1 LUNEDÌ

Scritto da Matteo Pivotto (foto dell’autore)

Spesse volte, di questi ultimi tempi ancora più sovente, l’incertezza del domani, la malinconia per l’interruzione delle nostre abitudini sociali, e poi la paura, l’alone di mistero che avvolge questa tragica pagina della nostra esistenza, possono procurarci sensazioni nuove e singolari.

In tali situazioni di irrequietudine, è difficile comprendere appieno le motivazioni che istigano il nostro atteggiamento, condizionano le nostre emozioni, impattano sulla nostra personalità.
Certo è che ciascuno di noi, nel suo intimo più inesplorato, è dotato di un “inconscio” del quale siamo inconsapevoli, in quanto non ne percepiamo o comprendiamo l’esistenza, ma che aspetta sempre il momento giusto per manifestarsi, e dal quale hanno origine gli istinti e le pulsioni.

Quando “tutto va come deve andare”, e le nostre azioni quotidiane assumono una connotazione quasi di monotonia e di stress, ma è proprio così che le apprezziamo, noi le definiamo la nostra “routine”.

Quella ripetitività di gesta, di intimità, di sguardi, di verità e di menzogne, di gioie e di patimenti, fa parte tuttavia della nostra vita, e a quella ci aggrappiamo, poiché la quotidianità ci trasmette anche un’impressione, seppur indefinita, di sicurezza.
Quando, però, quella catena si spezza, gli schemi e gli stili di vita abitudinari vengono compromessi, e il timore, l’insicurezza, la paranoia prevalgono, un’irrazionalità fin troppo emozionale rischia di prendere il sopravvento. E le conseguenze di un tale stato d’animo possono comportare situazioni anomale, anche violente, mai vissute prima.

Chi poi aveva mai anche solo ipotizzato la possibilità di diffusione di una nuova epidemia a livello globale, nella nostra società dell’era digitale?
Un fulmine a ciel sereno, che nel giro di pochi giorni avrebbe precipitato il nostro territorio in un oblio tinto di rosso, un “lockdown” che ci ha insegnato, anche troppo in fretta, che la libertà è un diritto di ognuno di noi, ma proprio perché lo sia veramente per tutti, è necessario e doveroso, anzi solidale privarcene, perché cosa bella e mortal non dura, e l’unico strumento che abbiamo per salvare quella “bella” libertà, che poi ci rende uomini, è sospenderla senza scendere a compromessi.

La notizia era ormai certa, tutti i mass media e i social network lo confermarono. Il rischio di un contagio diffuso e massivo era troppo alto. Ora come allora.

Erano le sette del mattino. I rintocchi dell’orologio del campanile del paese risuonavano dirompenti la levata dell’ultimo giorno di piena libertà per l’Italia. Il giorno dopo si sarebbe rimasti tutti a casa.
Non mi sentivo per niente tranquillo. Ero come al centro di correnti vorticose che giravano a spirale attorno alla mia testa. Un alone soffuso di ansie e preoccupazioni oscurava la lucidità dei miei pensieri.

Pensare che fino a pochi giorni prima tutto era rumore e allegria, ma poi è prevalso il silenzio.
Pensai ai ricordi più importanti e piacevoli della mia vita. A quale scopo? Che senso hanno il passato e il futuro? Fin quando si vive esiste solo il presente. Eppure, quei ricordi erano integri, intatti, più vivi che mai. Guardai il garbuglio di messaggi non letti dal mio smartphone, rimasti in sospeso dalla sera prima.

Così distratto da quei pensieri, mi accorsi che l’orologio a pendolo del corridoio d’ingresso indicava già le sette e dieci. Il tempo sembrava scorrere inesorabile, impietoso, inclemente, quasi volesse beffarci, in quella giornata indimenticabile che avrebbe segnato la fine imminente di un’epoca e l’inizio dell’era COVID.

Sebbene fossi già profondamente turbato, un altro evento improvviso suscitò in me uno stato di angoscia che non provavo da anni.
Un rumore grave, assordante per via della violenza con cui è stato prodotto, proveniente dal piano di sopra, ruppe repentinamente quel silenzio fin troppo innaturale.

Da tempo, l’appartamento soprastante al mio s’era tramutato in un luogo misterioso e cupo.
Era abitato da una donna dal comportamento molto insolito, assai perverso, talvolta ostile e persino arrogante. Delineare un profilo della sua personalità, per cercare di ricondurlo a un modello ricorrente o convenzionale di comportamento, risulterebbe un’operazione alquanto complicata.

Non usciva mai di casa se non per sole due ore al mattino, a giorni feriali alterni, presumibilmente per raggiungere il luogo di lavoro.
Una vita avvolta nel più totale anonimato. Da circa tre anni si era trasferita nella nostra comunità, nessuno aveva però la minima idea della sua storia, del suo passato, neanche del suo presente. Viveva da sola, non si relazionava con nessuno, non usciva mai nemmeno per una semplice passeggiata in paese.

In quelle rare volte che si esponeva dal balcone della cucina, l’ho vista indossare un lungo abito nero tutto d’un pezzo, dalla taglia larga, per nulla aderente, molto impressionate a vedersi, un “pugno nell’occhio”! Se però mi scorgeva, rientrava immediatamente in casa, sbattendo con forza la porta a vetri che volgeva sulla terrazza.

Quel frastuono, dovuto a una tapparella alzata con impeto per tutta la sua corsa, risuonò per le soffitta dell’ingresso e della cucina del mio appartamento. Che senso aveva un tale gesto? Io ero a dir poco sconcertato. Appena una manciata di secondi più tardi, quello stesso fracasso si ripetette altre volte, quasi contemporaneamente. Contandole, mi sembrò che avesse sollevato almeno altre tre tapparelle in pochi istanti.

Con ancora lo spavento e il batticuore per quell’atto insensato, mi vestii in fretta infilando i primi vestiti che mi capitarono “sotto mano”, non curando che fossero adeguatamente abbinati tra loro.
Non feci neanche colazione, il pettine mi cadde di mano e lo lasciai sul pavimento. Salì d’un balzo nella mia autovettura e raggiunsi l’ufficio, per l’ultima volta da lì per i due mesi successivi.

La giornata al lavoro non trascorse, comunque, diversamente da quanto avessi sperato. D’altronde, i timori scatenati dall’avanzata del contagio di questa nuova, sconosciuta e subdola malattia, e le preoccupazioni per le imminenti chiusure delle attività produttive, erano ormai nella mente e sulla bocca di tutti.
Consumai un paio di caffè con i colleghi, ignaro che i prossimi con loro gli avrei bevuti più di due mesi più tardi, e che niente sarebbe stato come prima.

Arrivò sera. Raccolsi frettolosamente gli appunti e le cartelle sulla mia scrivania. Scollegai l’erogazione dell’energia elettrica che raggiungeva la mia postazione al videoterminale. Appeso al muro, un calendario delle Dolomiti raffigurava la foto delle Pale di San Martino. Le osservai a lungo. In due sole occasioni transitai per quei posti, ma non riuscii mai a osservare quello spettacolo della natura, perché c’era sempre un enorme ammasso nuvoloso che copriva interamente le Pale.

Indugiai parecchio, ma s’era fatto tardi, chiusi a chiave le porte d’ingresso all’ufficio, e me ne andai.

Dopo circa mezz’ora di guida, imboccai la via che conduce alla mia abitazione. I lampioni stradali erano completamente spenti, quasi a voler simboleggiare l’oscurità che avrebbe avvolto il mondo intero, soffocandolo nell’eclisse delle relazioni umane, almeno come sin allora le avevamo intese.

La stradina d’ingresso al cortile del mio condominio era praticamente al buio, ed è inoltre abbastanza stretta, sicché per entrarvi in retromarcia con la mia auto ho bisogno di effettuare almeno un paio di manovre.
Scesi dal veicolo, l’atmosfera era a dir poco spettrale; freddo gelido, e tenebre intorno.
Rizzai il viso verso l’alto per guardare le finestre dell’appartamento al primo piano. Tutto era perfettamente serrato; non una luce che filtrasse da quelle tapparelle, non un segno apparente che trapelasse almeno la minima impressione di vita.

Tutto d’un tratto, un colpo ben assestato, come di un martello scagliato con virulenza su una superficie metallica, riecheggiò sopra la mia testa. Per la seconda volta, quel giorno, ansimai. Il cuore riprese a battere con ritmo accelerato, da tachicardia. La circostanza occorsa era veramente inquietante. Un brivido elettrizzante, quasi un formicolio, percorse le dita della mia mano destra lungo le falangi, e sembrava non volere cessare. E ancora non riuscii a comprendere il significato di una simile azione.

Mi accinsi a entrare in casa, il formicolio alla mano destra, accompagnato da un sopraggiunto tremolio, mi impediva di introdurre la chiave nella serratura della porta di ingresso. Faticai un po’ per entrare. Il corridoio era praticamente immerso nell’oscurità. Nel tentativo di accendere l’interruttore di accensione del lampadario, ebbi un altro sgomento. Due piccoli puntini luminosi si avvicinavano velocemente verso di me, sembravano guardami prepotentemente.

Esitai. “Luna!”, dissi. La mia gatta mi corse incontro, sentendomi arrivare. I suoi occhi sembravano brillare come lucciole.
Ma non appena finii di chiamarla per nome.. “Bam!!”.
Di nuovo quella percossa, questa volta arrecata con maggiore sconquasso. Temetti che il vetro della finestra della cucina, rivolta verso il giardino, si infranse.

Il cuore incrementò le sue pulsazioni. Le orecchie replicavano quel martellamento. Forse anche il mio subconscio fece la sua parte per intensificare l’eco di quel rumore.

Aprii la porta della cucina, e ne accesi la luce. La gatta si sedette nei pressi di quella porta, a fissare la luce che vi filtrava da dentro, come se la via di fuga da quella situazione fosse la luce proveniente da quel locale. Afferrandola, sollevai la gatta dal pavimento e la strinsi a me.

 

Poi tutto di nuovo nel silenzio. La serata trascorse abbastanza tranquilla.
Il mio animo, tuttavia, era ormai profondamente spaventato. È proprio vero che le situazioni più tragiche sono foriere degli istinti più inconsueti, pericolosi, crudeli.

Il guaio è che, in quel momento, non avevo la men che minima idea di quello che sarebbe successo..

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