Mammuth

Mammuth – Francia 2010 – di Benoît Delépine/Gustave Kervern

Commedia/Drammatico – 92′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Serge Pilardosse va in pensione dal suo impiego al macello. Purtroppo i suoi precedenti datori di lavoro non hanno mai versato i contributi. Per regolarizzare la sua situazione Serge intraprende un viaggio per ripercorrere i luoghi dove ha lavorato nel passato, alla guida di una mitica moto Münch Mammuth. Incontra così vecchi amici, sconosciuti, fantasmi del passato e una inaspettata giovane nipote; sarà principalmente quest’ultima, un personaggio molto particolare caratterizzato da una purezza primigenia e preculturale, espressa anche in forme di Art Brut, a catalizzare un processo di ritrovamento della propria identità in Serge, che torna così a casa come un uomo nuovo.

 

Magia. È la magia, un piccolo miracolo, che si riesce ad ottenere quando un attore ormai declinante e un po’ in disuso come Gérard Dépardieu riesce a rivitalizzarsi grazie all’estro di una delle coppie più sorprendenti e talentuose del cinema odierno: i registi Gustave de Kervern e Benoît Delépine, fattisi un nome con l’incantevole commedia Louise-Michel (2008).

Il modo in cui gli autori riescono a dare forma alla figura massiccia di Serge “Mammuth” Pilardosse (Dépardieu) è incredibile, tanto da rievocare l’altrettanto eccezionale prova del tandem AronofskyRourke in The Wrestler. Uguale il modo di seguire le vicende con un occhio quasi importuno (frequenti le riprese con camera a mano ad inquadrare la schiena del nostro eroe), sempre un po’ nascosto e defilato, teso più a registrare l’ambiente e il circondario in cui si muove l’enorme stazza bonaria del nostro eroe, grande e grosso ma fragile e ingenuo come un bambino.

In definitiva però il senso dell’opera è la riscoperta del proprio “io” da parte di Mammuth, proletario che dopo tanti anni passati a fare umili lavori precari e operai si ritrova spiazzato dall’arrivo della pensione: tanto tempo libero e non saper cosa fare, trovandosi per di più disadattato dalla normale vita quotidiana, fatta di riparazioni domestiche, spese al supermercato e colloqui verbali con la gente di tutti i giorni. È un operaio Mammuth, ma sembra quasi un reduce di guerra. Uno che è rimasto tagliato fuori da un giorno all’altro dalla sua routine quotidiana e si ritrova senza un senso dopo che per tutta la vita gli è stato imposto un modello per cui l’unico pensiero della giornata era portare a casa la pagnotta sputando sangue sul lavoro. Alienazione allo stato puro…

Il viaggio che Mammuth compie per ritrovare attestati di lavoro utili alla riscossione della pensione diventa così un percorso di formazione, o meglio di riscoperta della propria gioventù, di un tragico incidente che ne ha forgiato per sempre la personalità, di tutta una serie di conoscenze, esperienze, luoghi e della conoscenza di un mondo nuovo, personificato dalla personalità artistica e un po’ folle della nipote, in grado di introdurlo in un ambiente fatto di fantasia, dinamicità, vitalità sfrenata. Tutto l’opposto del grigiore quotidiano.

Il viaggio su una mitica moto Münch Mammuth (da cui il soprannome di Serge), tenuta tanto tempo chiusa in garage, è il recupero simbolico di quella libertà tanto a lungo negata e dimenticata. È la riscoperta dell’Easy Rider 40 anni dopo la sua comparsa. Da tale splendido viaggio ricco di episodi da incorniciare (e in questo i registi sono straripanti, facendo ampio uso di un registro comico-surreal-demenziale totalmente spiazzante) Mammuth capisce l’alienazione della propria vita precedente e riscopre il senso di vivere in maniera libera, rinnovando l’intesa sentimentale con la propria donna Catherine (l’altrettanto massiccia e splendida Yolande Moreau) e la voglia di andare avanti con vigore e una passione inedita.

Quella di Kervern e Delépine (autori di soggetto e sceneggiatura, oltre che registi e produttori) è quindi un’opera di impronta fortemente libertaria che conferma l’impianto solidalmente classista dell’opera precedente. Non si pensi però ad un’opera burocratica o improntata all’ideologismo. Si guarda alla vita delle persone semplici, con attenzione e veridicità. Senza annoiare o tentare di giocare coi facili sentimenti, anzi cercando di coglierne gli aspetti più divertenti e simpatici, non esitando a mettere più volte nel ridicolo la stessa foga di far le cose senza la dovuta riflessione (come quando Catherine e l’amica partono alla ricerca di una ladra di telefonini senza sapere dove andare…). Il fatto poi che l’opera venga realizzata seguendo alcuni dei dettami artistici più avanzati del cinema d’arte (in particolare della Nouvelle Vague, come ad esempio i passaggi filmati in pellicola Super16, con sgranature degne dei filmati fatti dai vostri genitori 30 anni fa…) aggiunge alla bellezza dei contenuti quell’aurea formale di capolavoro che rende Mammuth ancora più imprescindibile.

Voto: 9

 

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