Brotherhood

Broderskab – Danimarca/Svezia 2009 – di Nicolo Donato

Drammatico/Romantico – 97′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Lars è un ragazzo ventiduenne che si trova a perdere il suo posto di tenente nell’esercito danese perché accusato di aver tentato degli approcci con alcuni commilitoni. Il giovane attraversa un periodo di crisi, ha forti contrasti con i genitori, e, quasi per caso, si trova ad avere a che fare con un gruppo neonazista.

Dapprima molto riluttante, finisce per farsi coinvolgere sempre più dalla dinamica del “branco”, fino a diventarne membro effettivo, attraversando i violenti riti di passaggio di questa sottocultura. Il capogruppo sceglie di affiancare a Lars il veterano Jimmy, per indottrinarlo (anche attraverso la lettura del Mein Kampf) e testarne la fedeltà alla causa: il loro rapporto passerà bruscamente e in rapido crescendo dall’astio e dalla diffidenza all’ammirazione reciproca, per sfociare nella passione e nell’amore. I due si sforzano di mantenere segreta la relazione, ma questa arriverà inevitabilmente alle orecchie degli altri membri del gruppo neonazista, intrisi di pulsioni omofobe, e le conseguenze per i due “traditori della purezza” saranno gravi.

 

Vincitore del Marc’Aurelio d’oro al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2009 e diventato uno dei film manifesto dall’ARCIGAY, Brotherhood è un film in effetti davvero notevole che presenta diversi aspetti d’interesse e merita quindi un’analisi minuziosa. Proviamo a coglierne qualcuno.

Il nazismo.

Ingombrante come un elefante in una cristalleria. Nonostante non sia il vero tema dell’opera è senz’altro il più appariscente per ovvi motivi. Il regista Nicolo Donato propone una chiave di lettura per spiegare l’adesione ad un partito neo-nazista come un percorso non scelto per ideale o passione politica, ma quasi come un gioco infantile necessario per entrare a far parte di una comunità chiusa, una fratellanza per l’appunto, in cui gli appartenenti sono legati da vincoli fortissimi. Come un gruppo di mocciosi i neo-nazi fanno branco ed escono la sera per fare marachelle, ora bastonando un omosessuale ora “battezzando” le nuove leve come Lars, cui spetta il rivoluzionario compito di sfasciare una finestra. Come per i bimbi dell’asilo l’obiettivo è ottenere visibilità dai media (i “grandi”) con qualsiasi mezzo utile. I pakistani e i gay, scelti come obiettivi dai difensori delle “leggi della natura”, non sono un pericolo reale, ma un nemico scelto arbitrariamente con l’unico scopo di rafforzare la comunità fornendole un motivo di esistenza. Questa è la maniera di non far trasparire il vuoto politico e le tante contraddizioni insite nel messaggio politico nazista, una delle quali scoperchiata con gran fastidio di tutti dallo stesso Lars quando ricorda l’omosessualità di Ernst Rohm, leader delle Squadre d’assalto (SA) di Hitler.

L’amore omosessuale.

In questo tetro contesto la grande intuizione-provocazione che rende “spettacolare” il film (facendo probabilmente incazzare a morte tutti i fascisti e nazisti di questo globo) è quella di far scoppiare una storia d’amore tra due dei membri più validi del partito nazista. Donato non esita a mostrare scene in cui si sviluppano appieno i rapporti sentimentali e passionali di Lars e Jimmy (un bravissimo David Dencik), e riesce a farlo con un tocco speciale, che emoziona per la purezza dell’istintualità, o meglio, della “naturalità” con cui sboccia questa relazione contrastata. Obbligati (e un po’ scontati) i riferimenti a Brokeback Mountain e Milk e la filmografia di Almodovar.

L’amore omosessuale in grado di superare ogni ideologia, perfino la più retriva e primitiva, arrivando a cambiare le menti e gli stili di vita più reazionari in maniera radicale è ovviamente un messaggio politico fortissimo, che determina (assieme allo sguardo disincantato sulle modalità d’azione del gruppo neonazi) la natura ampiamente progressista dell’opera. Non è però ancora questo il vero succo dell’opera.

Il conflitto tra sfera deontologia e ontologica.

Deontologia è nient’altro che il “dovere”. Ontologia è “l’essere”. In ogni film di denuncia dell’omofobia questa è una tematica centrale: la paura dell’omosessuale di esprimere la propria natura e di annunciarla alla società (la famiglia, gli amici, magari la moglie…), con la conseguente assunzione di una doppia identità; eterosessuale per dovere nella vita pubblica, omosessuale per essenza nella vita privata. Mai però come in quest’opera si raggiunge un’estremizzazione tale da rendere totalmente inconciliabile e drammatico questo conflitto tra essere e dovere.

Lars e Jimmy vorrebbero gridare al mondo il loro amore ma non possono, perchè ciò comporterebbe la perdita di tutto ciò che li circonda: il territorio, gli amici, il partito, la famiglia, i propri stessi ideali politici e morali (!). Il rischio non è “solo” di perdere la faccia e la fiducia altrui, ma la propria stessa integrità fisica. Non stupisce che l’esile filo che regge questo precario equilibrio venga rotto non da Jimmy, che più di Lars rischia di perdere tutto, ma dal fratello che lo denuncia al partito, permettendo così il distacco definitivo dei due dal gruppo. Un distacco che però non è indolore, anzi assume le sembianze di un percorso di Passione dolorosa e sanguinosa, dovuta forse ad una visione religiosa dell’autore che intende far espiare le colpe dell’ingombrante violenza nazista appena superata.

Voto: 8

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