Il tuo fragile sorriso – Momenti di bello e di sublime all’alba di un nuovo millennio

Racconto di Francesco Carabelli (immagini dell’autore)

Ora si mi ricordo, era una di quelle giornate primaverili che ti colpiscono per l’intensa vitalità che tutto ciò che ti circonda emana. Passeggiavo baldanzoso, fermandomi di tanto in tanto ad osservare il cielo terso e i monti lontani. Attorno a me una distesa di verdi prati illuminati dalla luce variopinta di una moltitudine di fiori. Lontano si sentiva l’eco di voci di donna, forse da qualche cascinale della zona. Sottobraccio un cavalletto ed, a tracolla, la borsa con i pastelli ed un foglio di carta pronto per essere inaugurato.

E camminavo alla ricerca di un soggetto che ben si adattasse ad esprimere la quiete, la serenità di quei giorni. Mi soffermavo ad osservare le margherite, sinuose, ondeggianti nella brezza ed il maestoso pino, rifugio per qualche roditore ed uccello.

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Tutto mi colpiva, tutto suscitava in me una forte emozione, ma niente era capace di prevalere e spingermi a fermarmi per disegnare.

Già mi era capitato di passare intere giornate vagando senza una meta precisa, senza fermarmi a cogliere un singolo particolare.

 

Ma quel giorno era diverso, fremevo, volevo fortemente racchiudere le sensazioni e le emozioni da me provate in qualcosa di materiale, in un segno che potesse richiamarle alla memoria in un ulteriore momento.

Mi stavo avvicinando al fiume che scorreva nella valle, quando vidi tra i fiori un qualcosa di inconsueto: un volto di ragazza.

Indossava un vestito color verde che ben si mimetizzava tra le folte frasche. I capelli di un castano chiaro scendevano delicatamente sulle spalle e coprivano parte del viso, rivolto a guardare il fiume stesso.

Mi fermai, incantato, ad ammirare quella epifania che si presentava ai miei occhi. Rimasi per alcuni minuti, così esterrefatto, poi ebbi il coraggio di prendere il foglio di carta. Ma, mentre facevo ciò, ella mi scorse e rimase quasi turbata vedendomi.

Cercai di parlarle, ma non rispondeva. Rimaneva muta, forse ancora fuorviata dal sonno in cui prima era immersa. Poi iniziò a gesticolare, cercava di farmi capire qualcosa ed alla fine compresi che non poteva parlare.

Allora a mia volta cercai di comunicarle con i gesti la mia volontà di raffigurarla, distesa sull’erba fra i fiori. Le feci vedere il foglio di carta ed i colori e così capì le mie intenzioni.

Si sedette fra un folto gruppo di rose e lasciò che qualche capello velasse la sua spaziosa fronte.

In quel momento un brivido mi scosse e, trasportato da una sconosciuta forza, solcai il foglio di carta con il primo tratto di pastello.

Sorrideva, ma mai avevo avuto occasione di osservare un sorriso più dolce. Andava fin nel profondo, colpiva i sensi, ma andava oltre, a cogliere la ragione e l’anima.

Quel sorriso fragile sintetizzava l’essenza stessa della vita, un equilibrio di logos ed amore che da solo indicava bellezza.

Me ne rimase solo l’immagine sbiadita di quel disegno a pastello.

 

Più volte ritornai in quei luoghi, nella vana speranza di incontrare la gentile fanciulla, ma non la rividi più. Altre volte rividi invece quel sorriso, in altre persone, ma mai pienamente realizzato come in lei.

Continuai a scarabocchiare, incapace di togliermi dalla mente quella visione, incapace di rappresentare su carta qualcosa che parlasse ancora al cuore e alla mia anima.

———————-

Tanti anni sono ormai passati, ed ecco che minacciosa si presenta l’ombra di un imminente conflitto.

Dai vetri appannati della mia cucina guardo lontano, là dove i fiori ondeggiavano al vento e si insinua in me il ricordo di quel quadro.

Ecco, forse è proprio quello che vorrei portare con me nel mio lungo viaggio senza meta.

Hanno detto che arrivano presto la mattina, ti svegliano di soprassalto nel mezzo del sonno e ti buttano fra il fango di questo lungo mese di novembre. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per raccattare i propri averi.

Proprio per questo ho deciso che quando verranno mi troveranno già pronto: io il mio quadro e i miei pastelli.

E’ l’alba, già si sente qualcosa, movimenti strani nelle vicinanze. Io li aspetto e sono più sicuro che mai. Anche se non mi lasceranno niente, non potranno mai cancellare dalla mia mente quel giorno, quel prato, quei colori:

 

“As far as I can lead my life,

I can’t forget thee and thy fragile smile”

 

—————-

Ad Elisa A., sempre presente nei miei pensieri, e continua fonte di ispirazione


Quel primo sguardo – Riflessioni per la Pasqua e il periodo pasquale

 

C’è sempre un inizio in una relazione. Ci sono delle condizioni, decise dal caso o dal destino, o forse da un piano divino, per cui due persone si incontrano e dall’incrociarsi dei loro sguardi nasce un rapporto generativo che vive della dialettica, del rimando continuo, quasi in una partita di tennis o di ping-pong….e tanto più questo rilancio è continuo e regolare, tanto più la relazione vive e le due e persone sono propriamente persone, esistono e non solo solamente degli oggetti in movimento in uno spazio vuoto.

E così anche la mia conoscenza di Elisa ha avuto un inizio.

Era un giorno di luglio di tanti anni fa e come si era soliti fare negli oratori e presuppongo lo sia ancora oggi, si organizzavano delle belle vacanze in montagna, con lunghissime camminate che sfiancavano la maggiorparte dei partecipanti, ma che contemporaneamente li rigeneravano nello spirito e nel corpo.

Eravamo nel pieno della gioventù e ci affacciavamo al mondo degli adulti, con tante domande e con tanto entusiasmo, convinti che avremmo trovato un posto nel mondo. E’ stato così?

Forse si, forse no, ma abbiamo comunque vissuto, abbiamo fatto esperienza, siamo maturati nonostante o forse grazie soprattutto alle difficoltà che la vita pone innanzi nel susseguirsi dei giorni. Primo lo studio, poi il lavoro, poi le crescenti responsabilità e l’opprimente sensazione di routine che toglie entusiasmo e lascia la voglia di reinventarsi, di piantare tutto da un giorno con l’altro e di partire, andare lontano, dimenticarsi i dolori del quotidiano.

Ma molto spesso ciò rimane un miraggio e si vive con fatica la vita di ogni giorno con la sua dose di stress e di noia.

Ma allora eravamo gioia, la gioia di sentirsi per la prima volta importanti per qualcuno che fino al giorno prima non conoscevamo, la gioia di essere dono e di essere a propria volta ricambiati nella gratuità.

Questo mi è rimasto impresso e questo mi manca nella vita di oggi, schiacciato nella morsa degli obblighi e del continuo susseguirsi di eventi ritornanti. Ed è per questo che spesso il mio pensiero e il mio ricordo va a quegli eventi, come ancora per dire che è possibile un mondo altro.

Mi manca quel senso di sorpresa, il senso di gratuità, perché tutto oggi deve o ha un secondo fine, un fine economico utilitaristico che ci rende miopi e incapaci di vedere con sguardo nitido l’altro che ci sta accanto e di gioire del suo bene e della sua felicità.

La speranza, la fede, la carità sono vissute in pienezza solo se torniamo bambini, se torniamo ad avere la gratuità dell’adolescente e del bimbo che non chiedono se non di essere ascoltati e di essere capiti e guidati verso il bene.

Se tutto si riduce alla ratio, al conteggiare, al calcolare, cosa rimane di noi? Cosa rimane dell’uomo?

L’esistenza è un’eccedenza, un andare oltre, un guardare all’altro in quanto epifania dell’Altro, che indirizza le nostre vite verso il bene e verso il bello.

Questo vorrei ritrovare per questa Pasqua, soprattutto in questo periodo di tristezza e di rassegnazione per l’epidemia. Il bello della gratuità, del dono e della fiducia reciproca, nonostante tutte le incomprensioni e i problemi che segnano le nostre vite, affinché possiamo Risorgere a vita nuova ed essere esempio vivente dell’Altro.

 

(riflessioni a latere di una ricerca filosofico-letteraria)

 

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