Ermeneutica di un thriller

(fonte immagine: pinterest.com)

Scritto da Francesco Carabelli 

L’esperienza che accumuliamo nel corso della nostra vita ci porta a dare letture diverse della realtà.

Ciò vale anche per la nostra percezione delle opere d’arte e in particolare per i testi scritti, l’interpretazione dei quali è il significato originario dell’ermeneutica.

Nel momento della trasposizione di un testo scritto in un’opera filmica, vi è quindi un passaggio ulteriore, da un’ermeneutica dello scritto ad un’ermeneutica cinematografica.

E’ in questa direzione che si pone la sfida della narrazione per immagini di testi scritti e la sfida del regista si accompagna al gioco dello spettatore che deve utilizzare gli elementi a propria disposizione (la sua precomprensione) per interpretare i segni filmici che appaiono sullo schermo.

L’occasione per una sfida tanto affascinante mi è data dalla lettura di un romanzo di Patricia Highsmith, Ripley’s game, e dalla visione di due pellicole che ad esso si sono ispirate; parlo qui del celeberrimo “L’amico americano” di Wim Wenders e del più recente “Il gioco di Ripley” di Liliana Cavani.

Ad accomunare le due trasposizioni cinematografiche è la scelta di una libera interpretazione del testo della scrittrice americana, dove fedeltà oggettuale si lega a creatività soggettiva. In primo luogo ciò che risalta è la decisione in entrambi i casi di ambientare la vicenda in altri luoghi e tempi rispetto a quelli del romanzo. Nel caso di Wenders l’azione si svolge tra Amburgo e Parigi, mentre la Cavani preferisce declinare la vicenda nel contesto italiano, in particolare nella zona del padovano-vicentino. Entrambi i registi decidono inoltre di rileggere la vicenda attualizzandola alla contemporaneità (gli anni ‘70 per Wenders, l’inizio del nuovo millennio per la Cavani).

Ciò che rimane del romanzo è l’intreccio, ossia la storia di Jonathan, corniciaio, malato di leucemia, che si vede proporre da un estraneo la possibilità di guadagnare denaro per garantire un futuro sicuro alla propria famiglia, in cambio dell’esecuzione di un duplice omicidio.

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(fonte immagine: cinerunner.com)

Ad aiutarlo in uno di questi omicidi troverà un conoscente di origini americane, Tom Ripley, appassionato d’arte e con un passato torbido.

La fedeltà ai particolari dell’intreccio è più o meno accentuata a seconda dei casi: la Cavani presta maggiore fedeltà all’identità dei personaggi, alle loro origini e ai loro nomi, ne accentua le caratteristiche, arrivando in alcuni casi alla caricatura, mentre Wenders rilegge l’identità dei personaggi, reinterpretandola sulla base degli attori che mette in gioco (ad esempio qui Jonathan ha origini svizzere come l’attore Bruno Ganz, e non inglesi) e dà un taglio più riflessivo e molto personale all’impianto della storia, giocando molto sulla tensione creata dai silenzi, dagli sguardi. La Cavani al contrario sfrutta la capacità di John Malkovich (che interpreta qui Tom Ripley) di tenere da solo la scena, puntando ad accentuarne la parte malvagia, e la sua assenza di coscienza, facendo di lui un nichilista amante del bello e dei piaceri della vita.

Questo aspetto manca invece nel film di Wenders, ove i personaggi si muovono in un mondo meno stereotipato, più verisimile, con maggior spazio per la psicologia e per le emozioni dei personaggi.

Possiamo dire che Wenders gioca maggiormente sulla tensione, facendo della sua opera un vero thriller, laddove la Cavani gioca maggiormente sulla spettacolarità, e sul lato filosofico della vicenda.

In genere la maggiore fedeltà al testo prestata dalla Cavani non corrisponde alla maggiore originalità, che si ritrova invece nella pellicola del regista tedesco. Wenders reinterpretando nel suo mondo la vicenda riesce a dare maggiore personalità all’opera e maggiore spessore ai personaggi.

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                                       (fonte immagine: lilianacavani.it)

Visivamente le due opere sono molto diverse, diversi i ritmi dati all’azione e diverse le tecniche di inquadratura. “L’amico americano” è improntato dal modo di intendere il cinema di Wenders, con piani lunghi, azioni lente e una fotografia ricercata con soluzioni quale il cielo rosso sangue all’alba, (nella sequenza appena successiva ad uno degli omicidi), e una macchina che segue da vicino gli attori solo nelle scene più concitate. Le tinte sono cariche ma  la luce è tenue. Le immagini ricordano quelle dei quadri di cui Jonathan produce le cornici.

Da segnalare inoltre le bellissime musiche di Juergen Knieper che sottolinenano al meglio i momenti di tensione del film.

Tecnicamente invece il film della Cavani è molto più classico e sfrutta al meglio le ambientazioni venete, giocando molto sulla bellezza di ciò che appare in scena, piuttosto che sulla tecnica. Vi è inoltre un prevalere del bello come opera d’arte (le ville palladiane, il teatro olimpico di Vicenza) che si impone e plasma le vicende raccontate.

Due opere diverse, due differenti interpretazioni di un medesimo oggetto, due personalità contrapposte legate da un medesimo obiettivo: fare partecipe lo spettatore di una vicenda umana, di una storia che si svolge in un dato mondo ma ha un valore universale, un valore antropologico: può l’uomo cedere alla tentazione di mettere da parte la morale stretto dall’angoscia per il proprio destino?

(fonte immagine: superguidatv.it)

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