Revolver

Revolver – Francia/Regno Unito 2005 – di Guy Ritchie

Azione/Crime/Drammatico – 111′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Il film segue le vicende a Las Vegas di Jake Green, uno scaltro ma tormentato giocatore d’azzardo alle prese con un violento boss, Dorothy Macha.

Green, uscito dopo sette anni di isolamento in prigione, scopre di avere un’infezione del sangue che lo ucciderà in tre giorni. Nel frattempo viene avvicinato da una banda, Zack e Avi, detti gli squali del prestito, che promettono di proteggerlo dal boss Macha, che lo vuole morto per alcuni fatti avvenuti prima della sua incarcerazione. In cambio lui deve sottostare a due condizioni: rinunciare a tutti i suoi soldi, e obbedire ciecamente alle loro istruzioni, cosa che comporta anche il rispondere a tutte le loro domande…

 

Revolver doveva essere il film della svolta, quello che rimetteva in carreggiata l’autore di Lock & stock e Snatch dopo la sbandata clamorosa di Travolti dal destino, remake di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) di Lina Wertmuller in cui Guy Ritchie aveva fatto recitare sconsideratamente come protagonista la moglie Madonna.

Revolver doveva esser il ritorno a quel clima un po’ pulp e un po’ guascone che caratterizzava i primi film, rilanciando storie di criminalità organizzata, mafia, droga, inganni, truffe, rapine caserecce e quant’altro.

Tutto ciò è riuscito solo a metà: Ritchie recupera per l’occasione il colosso Jason Statham ma gli impone sciaguratamente un ruolo che non ne valorizza le qualità fisiche, mettendolo in imbarazzo con turbe psicologiche e un’andatura passiva in cui Jake Green (Statham) si trova costantemente in balìa degli eventi.

Il problema di fondo non è però la scelta del cast, che rimane comunque su livelli più che accettabili: buona la prestazione di Ray Liotta nei panni del gangster Dorothy Macha; un po’ troppo compassati ma accettabili André Benjamin e Vincent Pastore nei panni di Zack e Avi; straripante invece Mark Strong nei panni del killer professionista. Il problema vero è la netta bipartizione dell’opera, che parte bene, sviluppa un promettente intreccio narrativo, indulgendo forse troppo su dialoghi tarantiniani ma compensando con una regia a tratti sfavillante (ad esempio le pirotecniche riprese delle partite di scacchi).

Poi però Ritchie perde completamente la bussola e inizia a far delirare i suoi personaggi. Si devia verso un grottesco psicologico tendente al surrealismo lynchiano. Ma Ritchie non ha né la capacità visionaria né le capacità tecniche specifiche di Lynch, e ne esce fuori un enorme pasticcio da cui non si riesce più a tirarsi fuori. La narrazione, dapprima sempre più confusa, si fa onirica e quasi delirante, cercando di appiccicare un qualche senso in un finale posticcio e sbrigativo che non convince minimamente.

Un vero peccato insomma, perchè la prima ora di visione si mantiene su livelli dignitosissimi e a tratti spettacolari per stile e trama. Per fortuna Ritchie si rifarà adeguatamente ritornando al modello originario con lo squisito Rocknrolla e si lancerà con successo in nuovi percorsi più adeguati alle sue capacità con Sherlock Holmes.

Voto: 5

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