Il Grande Lebowski

The Big Lebowski – Stati Uniti/Regn Unito 1998 – di Joel Coen, Ethan Coen

Commedia/Crime/Sport – 117′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Los Angeles, anni novanta: Jeffrey Lebowski, detto “Drugo”, è un hippie sopravvissuto agli anni sessanta, all’era del flower power e delle proteste contro la guerra del Vietnam. Cronicamente pigro, vivacchia senza troppi problemi tra una partita di bowling con gli amici Walter e Donny, una fumata di marijuana e grandi quantità di White Russian.

A causa di un’omonimia con un ricco magnate, si innesca un’intricata serie di vicende che vedranno Drugo invischiato, suo malgrado, in rapimenti e riscatti, in artisti pazzoidi e giocatori di bowling che si credono delle divinità.

Signor Lebowski: Lei ha un impiego Signor Lebowski?

Drugo: Un momento, aspetti che le spieghi una cosa: IO non sono il Signor Lebowski, LEI è il Signor Lebowski. Io sono Drugo, è così che deve chiamarmi, capito? O se preferisce Drughetto oppure Drugantibus oppure Drughino, se è di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo…”

Drugo: Sai cosa diceva Lenin? “Tu cerca la persona che ne trae beneficio, e…, e… insomma…

Donny: Obladì Obladà!

Drugo: …insomma… avrai… Walter, capisci cosa voglio dire?

Donny: Obladì Obladà!

Walter: Quella fottuta puttanella!

Donny: Obladì Obladà!

Walter: Quella… vuoi chiudere quella boccaccia? Non Lennon, Lenin! Vladimir Ilyich Ulyanov!

Donny: Ma di che cazzo sta parlando?”

Si doveva iniziare così, con due citazioni di un paio di dialoghi tra i più significativi per raccontare l’essenza de Il Grande Lebowski. Da queste poche righe emergono più di mille altre parole la fantasia, la sfrenata anarchia, il surrealismo schizoide, il contrasto continuo tra le diverse soggettività (specchi talvolta di concezioni della vita completamente agli antipodi, come dimostra il contrasto tra i due Lebowski omonimi), e la spensieratezza con cui il nostro eroe (che qualcuno potrebbe trovare irresponsabile) affronta gli eventi della vita, non avendo neanche bisogno di seguire i consigli di un fantomatico “straniero” (“Prendila come viene!”) vestito da cowboy e incontrato in un bowling.

E’ un film hippie, anzi post-hippie, in quanto il Drugo è un sopravvissuto delle lotte degli anni ’60, e vive ancora di gusto nel suo mondo psichedelico fatto di droga (la mite marijuana), white russian e classic rock (indimenticabile la scena in cui Drugo guida fumando una canna e sbattendo la mano contro il tettuccio al ritmo di Lookin’ Out My Back Door dei Creedence Clearwater Revival).

La musica è una grande protagonista ma a rendere Il Grande Lebowski un capolavoro assoluto del cinema contemporaneo è ogni suo elemento: Jeff Bridges è straordinario, e sfonda nel ruolo diventando un’icona come in tempi recenti era riuscito solo al Johnny Deep di Paura e delirio a Las Vegas.

Ma è il cast nel suo complesso che è sublime, non lasciando mai un attimo di tregua allo spettatore: John Goodman, nei panni di Walter, reduce dal Vietnam con qualche problemino psicologico, è straripante per verve comica e dimensione massiccia (in tutti i sensi) del personaggio. John Turturro, Steve Buscemi, Julianne Moore e Philip Seymour Hoffman sono star di lusso che si ritagliano ognuna il suo spazietto in maniera armonica con il contesto corale.

Il fiorire di situazioni ambigue, scene semi-grottesche e personaggi imbarazzanti (il trio dei nichilisti…) aggiunge quel tocco di pazzia che rende grande l’opera dei Coen.

Questi, controllando ogni aspetto saliente del film (regia, soggetto, sceneggiatura e produzione) confermano la loro natura di grandi eredi della tradizione autoriale americana, sfoggiando una maestria stilistica e una capacità narrativa a suo modo unica, in grado di essere il contraltare commediografo perfetto ai dialoghi intellettualistici dei film di Tarantino, come di realizzare scene con un’eleganza memore della lezione dei maestri Coppola e Scorsese, ma in grado di sopravanzarla con una capacità perfetta di maneggiare l’estetica post-moderna: si pensi all’attenzione spasmodica data fotograficamente ai dettagli, al soffermarsi sulle situazioni secondarie devianti l’attenzione rispetto al canovaccio principale, e soprattutto alla capacità di giocare con i generi, mischiando un noir surreale con un timbro da commedia esilarante (a tratti si finisce in un comico stile fratelli Marx), che non esita a combinarsi con sprazzi di grottesco (il dito del piede mozzato) e di dramma.

Perchè in fondo la vita non è monotematica, e merita di essere un riassunto di tutte queste tendenze. È un po’ come il bowling insomma, dove anche se sei un fenomeno a volte capita che la sfiga voglia che un birillo resti in piedi. E allora prendila come viene anche tu. E goditi uno dei grandi capolavori del cinema americano più recente (nonché probabilmente l’opera più godibile e leggendaria dei Coen).

Voto: 10

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