L’OMBRA DI CASA (THRILLER DA UNA STORIA VERA)

CAPITOLO 3
MUSICA

Racconto di Matteo Pivotto (foto dell´autore, salvo diversamente indicato)

Come in tutti gli eventi meteorologici straordinari, trascorsa la fase di massima intensificazione dei
fenomeni, sventato il pericolo dell’onda di piena, l’allerta si appresta a calare e il livello di guardia
ritorna ai parametri convenzionali.
Dopo mesi tormentosi, trascorsi tra angosce, distanze, lacrime e agonia, l’innalzamento rapido delle
temperature atmosferiche venne interpretato come una manna dal cielo, e quale rituale avrebbe potuto
rendere omaggio all’arrivo della bella stagione, se non il sospirato ritorno a una vita pressoché sociale,
o almeno presunta tale, seppur con le dovute accortezze del caso?


L’umana percezione nasconde volentieri, allorquando possibile, il ricordo del male ricevuto, vissuto
o subìto, così da ridurlo a un episodio lontano dell’esistenza, distaccato e perduto.
Fu soltanto l’eco di un periodo transitorio, il ritorno a una fattispecie di libertà in quell’estate, ma
tanto bastò per trasmettere al mondo un parziale senso di vittoria e di predominio sulla pandemia.
Dal mio punto di vista, non fu proprio così libero e spensierato come momento, ciò nonostante, e
stentavo io stesso a crederci, riuscii addirittura a rincontrare qualche persona a me cara.
Quasi inaspettatamente, in un’afosissima giornata di luglio, un’amica decise di venirmi a trovare.
Sembrava una situazione apparentemente idilliaca poter recuperare, in pochi istanti, il tempo perso in
mesi e mesi di separazione, e di distacco per l’epidemia.
Venne in tarda serata, approfittando del fresco tepore che si leva dopo il crepuscolo, per una
passeggiata assieme al riparo della calura opprimente di quella giornata.
Fu lei a salutare per prima. Seguì la mia replica, un po’ emozionata, ma sinonimo di rinnovata felicità.
Immediatamente, già sull’uscio di casa, la conversazione non ebbe difficoltà ad avviarsi.
Parlammo fingendo che niente fosse successo, come se il nostro rapporto fosse ricominciato dal punto
stesso in cui la memoria aveva scritto l’ultimo capoverso.
Rammaricato dal doverla interrompere, d’un tratto le dissi: “Scusami, faccio in un lampo. Prendo le
chiavi e chiudo la porta. Sai com’è, qui non è poi un posto tanto tranquillo!”. E lei lo sapeva bene.
Non potei nemmeno terminare di proferire quella frase. Subito udimmo un grido lamentoso, lagnoso,
che pareva impetrare pietà (a chi, a noi?): “Ahh.. ricomincia… Basta! Basta! Aria!”. Entrambi
rimanemmo esterrefatti e allibiti.
Lei, con quegli occhi così profondi e cerulei, dal colore cangiante con le differenti gradazioni
dell’intensità luminosa, mi parve davvero spaventata. Cercai di rassicurarla. “Non temere!”, le dissi;
“questa è matta da legare, ma è tutto qui”.
Di botto, l’ennesima manifestazione, stavolta ancora più prepotente. “Basta, avete rotto i c…..!”; e
con quale grazia pronunciò questa frase!
All’istante, sopraggiunsero tre colpi di martello, assestati con assurda e ingiustificata brutalità e
vigoria contro un’improvvisata superficie metallica.
I vetri delle finestre, diametralmente opposte a noi al primo piano, cominciarono a vibrare.
“Andiamocene!”, dissi alla mia amica, sempre più incredula e attonita. E ancora, altri tre colpi
risuonarono con impeto, questa volta serrati probabilmente contro il pavimento.
Io ero lì, assordato, impietrito e infuriato. Non sapevo assolutamente come affrontare la situazione,
mi ritrovavo completamente inerme, seppur profondamente e terribilmente corrucciato.
Il cuore mi batteva in gola a ritmo ormai esasperato, il nervoso mi soffocava a tal punto da non riuscire
a parlare per il peso che mi bloccava la laringe, ma ciò che mi indispettiva più di tutto, era la mia
incapacità di reagire, e quindi di aiutarla, di proteggerla.
Cominciammo a correre, ma ancora quelle voci, lancinanti e aggressive, di ossessiva esortazione a
tacere, incalzarono sopra di noi.
Le case intorno erano scomparse, il buio pesto era sovrano ovunque, la strada era lunga e deserta, e
noi continuavamo a correre, sempre accompagnati da quelle urla riecheggianti e pesanti.

WhatsApp Image 2021-05-06 at 10.36.38Dipinto di V. Lupieri, Codroipo (Udine)

Mi svegliai di soprassalto in piena notte, tutto sudato e amareggiato. Ben pochi desideri mi erano
rimasti, così delicati e puri, che purtroppo avevano preso soltanto le sembianze di fugaci e
inverosimili sogni notturni. Quella donna mi aveva strappato via anche quelle, la quiete del momento
del riposo, e la già fragile condizione dei miei desideri più intimi.
Purtroppo, nemmeno i miei sogni ressero il peso di quella opprimente realtà che mi aveva
intrappolato, e finirono per tramutarsi irrimediabilmente in incubi.
Lei era ovunque, seguiva ogni mio passo, ascoltava ogni mia parola, precedeva ogni mia mossa,
scrutava e monitorava attentamente ogni mia abitudine.
Cos’era tutto questo, e quale significato poteva mai assumere? Una guerra psicologica, dentro e fuori
casa e della quale ero sempre lo sconfitto, un’impronta che lascia un segno indelebile, un gioco
perverso nel quale ero sempre il perdente, l’inabilità a mantenere il controllo della mia stessa vita.
La propria abitazione dovrebbe essere un posto sicuro in cui trovare ristoro dalle difficoltà della
giornata, la culla degli affetti, la fucina delle nostre aspirazioni, speranze e ambizioni.
Ma no,… no! A me non era concesso niente di tutto questo. Ero un prigioniero in casa mia.
Da dove nasceva quell’odio profondo per tutto ciò che rappresenta la vita, per scatenarlo contro di
me in maniera così irrazionale, come un dardo finemente acuminato e scagliato con inaudita violenza?
Quegli episodi di isteria trasformata in follia, si ripetevano ogni giorno senza sosta alcuna, senza mai
lasciare intravedere una tregua o una via di fuga, e soprattutto nell’impotenza a individuare una
soluzione efficacie e indolore, che mettesse la parola fine a una siffatta vicenda.
Una mattina di fine estate, decisi di recarmi in ufficio un po’ prima del solito. Volevo, come dire,
“fregarla” sull’orario e batterla d’anticipo. Prima di uscire di casa, come ormai di mia consuetudine,
semi nascosto dalla porta a vetri della mia cucina, voltai lo sguardo verso l’alto per sincerarmi che la
signora non si trovasse sul balcone, sotto al quale avrei dovuto passare per raggiungere la mia auto.
Ogni volta che camminavo sopra quegli scalini, in tutta franchezza, temevo per la mia incolumità.
“Tutto liscio!”, pensai tra me. Frettolosamente, scappai fuori di casa. Mi avvicinai a quella terrazza
maledetta, ma i miei occhi furono distratti, per l’ennesima volta, da qualcosa di incredibile.3
Una parte della siepe delle foglie di menta, proprio al di sotto di quel balcone, s’era “vaporizzata”.

   WhatsApp Image 2021-05-06 at 10.36.39

Bruciata? Asportata di notte? Un grosso “buco”, nel mezzo del muretto, fu tutto ciò che rimase di
quel cespuglio. Aveva forse rovesciato qualche sostanza chimica dall’alto? Ero senza parole.
L’acidità allo stomaco divenne per me la regola, non più un’opzione. Le sue minacce mi avevano
definitivamente stancato; la mia pazienza, da sempre abbondante, era ormai stremata e compromessa.
Passarono i mesi, venne l’autunno e poi Natale. Da tempo, il numero delle persone contagiate da quel
subdolo morbo era tornato ad aumentare, complice la diffusione delle sue varianti genetiche.
A quella donna, naturalmente, non interessava assolutamente nulla di cosa stesse accadendo nel
mondo. Lei pensava esclusivamente in quale trappola farmi cadere giorno per giorno.
E tra quelle sue innovative modalità di guastarmi le giornate, si aggiunse anche la musica.
Ogni giorno, da Natale in poi, alle sette in punto del mattino, al primo scocco delle campane del
campanile, lei riavvolgeva tutte le tapparelle delle sue finestre, avendo ovviamente cura di impiegare
tutta la forza che aveva in corpo, e cercando di provocare il maggior fracasso possibile. Quindi
accendeva i suoi due impianti stereo, e sintonizzava la radio su stazioni che trasmettevano musica
assordante, rimbombante e straziante. Quindici ore continuate di tecnomusic ad altissimo volume, per
spegnere tutto verso le dieci di sera, talvolta anche più tardi, o quando decideva che per quella giornata
avevo scontato il mio debito.
Ogni giorno trascorreva alla stessa maniera, con musica che trapanava i timpani, rumori dello
spostamento di mobili, porte e finestre sbattute, oggetti che cadevano impetuosamente a terra.
E la situazione peggiorava, anzi, “degradava” sempre più, giorno per giorno.
Io ero arrabbiato, sconvolto e confuso. Supplicai con le preghiere di farla smettere, ma alla fine smisi
addirittura di pregare, e prevalse solo la rabbia. Inutile replicare quanto ero esausto, estenuato, sfinito
di sentirmi succube, e vittima, di una donna malvagia, incauta e stupida.
Diverse volte avrei voluto andare di sopra, sfondare la porta di ingresso al suo appartamento, e
risolvere definitivamente la questione a modo mio.
Poi, però, ravveduto, mi sussurravo tra me: “No… non diventerò io stesso un mostro, folle, canaglia
e malefico come lei! Che se ne vada aff…!”.
Il tutto, senza poter fare niente, senza intravedere un barlume di luce in fondo al tunnel, buio come
l’atmosfera tetra di quell’incubo notturno.
L’odio è qualcosa che è possibile usare, scolpire, manipolare. È duro e tenero, a seconda del motivo
da cui è suscitato. L’amore, al contrario, nobilita e sprona a esternare il meglio di sé, ma talvolta
umilia e distrugge. L’odio, però, culla e soddisfa, e rende tranquilli, perché l’insolenza, l’offesa e la
vendetta appagano infinite volte di più della stessa felicità.
Quella donna era maldestra, cattiva, presumo sicuramente malata, ma anche totalmente sociopatica;
non si rendeva conto o si disinteressava della ripercussione delle proprie azioni, non provava colpa o
rimorso per la frustrazione che arrecava, ma ne traeva giovamento per il conseguimento del proprio
obiettivo: soggiogare e annientare tutto ciò che costituiva per lei un nemico.
Quella donna non sopportava assolutamente né la musica, né rumori di alcun tipo. Trascorreva la sua
intera esistenza da sola, serrata in casa, nell’oscurità, nell’anonimità, senza incontrare nessuno, quasi
totalmente estranea alla sua stessa vita.
Tuttavia, la sola consapevolezza che queste sue gesta infami potessero costituire fattori di estrema
molestia nei miei confronti, la mortificavano e la compiacevano. Accettava persino lo strazio della
sua musica in cambio della mia pena e repressione, e di questo provava un godimento incondizionato.

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