Cuban Dancer

Italia/Canada/Cile 2020 – di Roberto Salinas- Documentario- 97’.

Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: Cinematografo.it)

Cuba, 2015. Il quindicenne Alexis mette a frutto il talento per la danza frequentando la Scuola Nazionale di Balletto, fra enormi sacrifici, personali e dei suoi genitori. Ma le gratificazioni non mancano, a ricompensa delle molte ore dedicate al duro allenamento, anche insieme alla fidanzata Yelenia, tanto da coltivare il sogno di divenire primo ballerino, lottando giorno per giorno al riguardo: solo così potrà sentirsi veramente libero all’interno di un tessuto sociale dove l’affermazione esistenziale è certo difficile e non ci si può permettere il lusso di rimanere indietro. La madre di Alexis serba nel cuore un desiderio, andare a trovare la figlia che lavora negli Stati Uniti ed ora che i rapporti tra le due nazioni, presidente Barack Obama, sono inclini alla distensione, si prospetta il momento giusto per organizzare la partenza. Per il giovane ballerino questo viaggio rappresenta però il crollo di quel mondo attorno cui, fino a poco fa, ruotava la propria vita, la scuola, i compagni, l’amata fidanzata, ma, minorenne, dovrà necessariamente seguire i genitori. Siamo a luglio del 2016, Alexis è giunto a Pembroke Pines, Florida, la gioia provata per la famiglia nuovamente riunita trova come tenace avversaria la nostalgia per quanto lasciatosi alle spalle, cui andrà ad aggiungersi il rammarico per la mancata ammissione al Miami City Ballett, una volta preso parte all’audizione, “non vi è posto nel nostro corso”, senza comunque mai demordere dal proprio obiettivo, infatti tre mesi dopo verrà ammesso al prestigioso Harid Conservatory, palestra per le giovani promesse della danza.

Certo, le difficoltà non mancheranno, dalla lingua al diverso spirito educativo dei corsi rispetto alla scuola cubana: se in quest’ultima si stagliava al riguardo una linea dai risvolti politici e morali, nella considerazione primaria di servire il proprio paese, adesso invece predomina l’individualismo e l’atteggiamento da tenere nei confronti del pubblico, rilevante quanto l’abilità. Alexis non desisterà mai dalla lotta per una concreta autodeterminazione, arrivando infine, dopo una serie di alterne fortune, al diploma nel 2019, conseguendo anche il premio come miglior ballerino, ottenendo un anno più tardi il primo contratto di lavoro con la San Francisco Ballett Company, restando in tutto e per tutto fedele alle proprie origini: “Chi sono io? Un ballerino cubano”. Diretto da Roberto Salinas, anche autore della sceneggiatura insieme a Laura Domingo Aguero, Cuban Dancer è un documentario frutto di ben 5 anni di riprese, per un totale di 250 ore di girato: Salinas ed Aguero hanno seguito il giovane protagonista Alexis da quando aveva 14 anni fino al raggiungimento dei 19, dando così vita ad un’opera prevalentemente descrittiva ma anche piuttosto coinvolgente nel mettere in scena un fluido intersecarsi tra passi di danza, mirabili coreografie e momenti di vita reale. Si assiste dunque ad un intenso racconto di formazione, teso essenzialmente a mettere in luce come il perseguimento di un intimo desiderio, il far sì che il proprio sogno prenda aria fuori dai canonici cassetti e non si dissolva alla prima luce del giorno, presenti puntuale un prezzo da pagare.

Voi fate sogni ambiziosi, successo, fama…ma queste cose costano ed è proprio qui che cominciate a pagare… col sudore”, prendendo a prestito quanto detto ai suoi allievi dall’ insegnante di danza Lydia Grant (Debbie Allen) della New York School of the Performing Arts nel telefilm Fame (1982-1987, 136 episodi per 6 stagioni), quindi fatica ed impegno certo, ma anche il dolore di dover mettere in campo delle scelte, necessarie per proseguire lungo il sentiero intrapreso, anzi indispensabili per poter venire fuori da determinate situazioni difficili, facendo leva proprio su quelle sensazioni avvertite al momento per non provarle più in seguito o almeno mitigarne l’effetto, fino a dar loro la consistenza di vere e proprie “medaglie al valore” una volta raggiunto l’agognato traguardo. Ecco allora che Alexis asseconda gli eventi ma al contempo nel fronteggiare il vento contrario “prende le armi” della caparbietà e totale dedizione alla “missione” che si è prefisso, restando sempre e comunque se stesso, mai rinnegando le proprie origini e giungendo infine a considerare quanto lo circonda e sovrasta come un’unica dimensione plasmabile alle proprie necessità ed aspirazioni (“Cuba è sempre dentro di me e quando sono in America mi sento a casa”). Nello scorrere della narrazione restano sullo sfondo, appena accennate, le problematiche politiche (il passaggio dall’era Obama e quella successiva di Trump), ed egualmente può scriversi per le tribolazioni cui vanno incontro i genitori per mantenere Alexis agli studi, ma, riporto la mia personale sensazione, credo che l’intento degli autori fosse in primo luogo rimarcare come certi mutamenti non siamo mai del tutto deleteri, bensì occasione di crescita ed offerta di nuove possibilità, sempre preservando con fierezza la propria identità culturale, andando così a creare un simbolico legame fra il personaggio del giovane danzatore e la nazione d’appartenenza, in bilico tra modernità e tradizione. Una consacrazione totale all’arte, che va a mescolarsi alla vita, nel mettere in luce ciò che si è, quel che si vorrebbe essere e quanto infine si è pronti a divenire.

Voto: 7

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