L’uomo senza passato

Les dimanches de Ville d’Avray – Francia/Austria 1962 – di Serge Bourguignon

Drammatico – 111′

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: mymovies.it)

Una vicenda toccante è quella narrata in questa pellicola dal regista francese Serge Bourguignon: la storia di un’infanzia e di una giovinezza ferite, che cercano nella reciproca compagnia il lenimento al dolore causato dall’abbandono e dalla morte.

Pierre è un giovane aviatore impegnato nella guerra in Vietnam (la guerra ai suoi inizi quando vi è ancora un impegno diretto dei colonizzatori francesi), caduto con il suo velivolo durante una delle missioni affidategli, causando la morte di una bambina vietnamita. Il trauma dovuto all’incidente e alla morte della giovane segna profondamente il giovane uomo e causa in lui una perdita di memoria, ma soprattutto una fragilità psicologica di fronte al male causato e subito.

La vicinanza dell’infermiera (Madeleine) che gli aveva prestato le prime cure e che ora lo accoglie in casa sua non riescono a ridare vitalità a Pierre, che passa le sue giornate passeggiando per la cittadina di Avray, tra la stazione dei treni e la casa dell’amico Carlo, scultore e sostegno morale dell’ex-aviatore.

Durante una sosta alla stazione Pierre si imbatte in un padre che sta accompagnando la figlia ad un pensionato gestito da suore. I modi spicci del padre, la vitalità della figlia catturano l’attenzione di Pierre che decide di seguire la coppia fino al pensionato. Egli sembra capire che qualcosa di importante per quei due sta accadendo. Il ritrovamento di una lettera di addio alla figlia nella borsa che il padre lascia davanti al cancello del pensionato sono la conferma dei timori di Pierre, che si era premurosamente prestato a consolare la bimba spaventata dal padre.

In Pierre nasce il desiderio di essere qualcuno per la piccola ormai orfana: bisogno di affetto e volontà di riscatto spingono Pierre a presentarsi la domenica successiva al pensionato per parlare con la piccola e fare le veci di un padre assente.

Facendosi passare per il padre, Pierre fa uscire la piccola dal pensionato e con lei trascorre la domenica.

Dapprima fingendosi come incaricato per portarla dal padre, poi rivelandole la verità, tra i due si instaura un rapporto di fiducia rafforzato dal segreto che condividono.

Pierre e la piccola trascorrono assieme le domeniche successive passeggiando per la cittadina e giocando attorno alle rive di un piccolo lago che diventa la loro dimora.

Pierre si lascia andare, ridiventa bambino, gioca con la piccola e tra i due nasce un rapporto di amicizia, di amore capace di dare significato alla vita della piccola e a quella del giovane aviatore.

La piccola si fa chiamare Francoise, un nome datole dalle suore, che ritengono il suo vero nome poco cristiano.

Ma un rapporto del genere non può non dare nell’occhio: la gente che incontrano capisce che c’è qualcosa di strano in questa coppia, che di primo acchito potrebbe essere di padre e figlia.

La stessa Madeleine tenuta all’oscuro da Pierre sulla realtà di quanto sta accadendo scopre la verità e ne è sconcertata, ma grazie al consiglio di Carlo cerca di comprendere Pierre. La sua felicità, il suo ritornare alla vita hanno colpito Madeleine, che decide così di dargli un’altra chance e di seguire Pierre per constatare di persona che non avvenga niente di male tra lui e la piccola

E così è, ma Natale è alle porte e Pierre che ha promesso di portare alla piccola un albero agghindato, lo ruba all’amico Carlo e si reca con l’albero al pensionato.

I due poi passano la notte di Natale assieme festeggiando e scambiandosi doni. La piccola  regala il proprio nome , (una scatola con un foglio di carta con il nome Cybele), a Pierre che le fa dono del gallo che adornava la cime del campanile della chiesa di Avray.

Madeleine disperata per il furto di Pierre decide di affidarsi ad un collega, Bernard, ma questi chiama in causa la polizia. Il finale purtroppo sarà amaro.

Cosa ci resta di questa pellicola?

Cosa ci colpisce di questa storia?

Le ferite aperte dal vissuto cercano di essere suturate dall’amore fraterno di due anime innocenti che della compagnia fanno un’occasione di riscatto e un motivo di vita, ma il mondo non comprende fino in fondo il valore di questo rapporto, lo travisa causando di nuovo ferite,  dolore e perdita di identità (al poliziotto che chiederà alla piccola il proprio nome ella risponderà di non averne più uno).

L’intensità delle emozioni, la parabola morale narrata sono accompagnate da uno stile fresco, asciutto che lascia ampio spazio fotograficamente parlando all’insolito, a giochi di luce e di camera, a lenti deformanti e trasfiguranti che creano un’aura fantastica, giocosa, che commuove.  Il maestro Henri Decaë dà il meglio di sé per stupire lo spettatore.

Un film premiato con l’oscar per il miglior  film straniero nel  1962 e che oggi dopo quasi sessant’anni ci appare ancora attuale per stile e tematiche trattate, ma soprattutto ci colpisce per la naturalezza delle interpretazioni della giovane Patricia Gozzi e del più titolato attore tedesco Hardy Kruger.

Un film che non può mancare nella cineteca di tutti gli appassionati di cinema.

Voto: 8

 

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