Gioventù anni ’90

Racconto di Francesco Carabelli

« M., sono le dieci. Ti vuoi alzare? » urlò.

« Aspetta un minuto » ribattei con voce roca.

« Muoviti o ti vengo a prendere e ti sbatto giù dal letto », la voce di mia madre diventò più minacciosa.

« Che rompi scatole che sei. Mai che si possa dormire in santa pace, porca miseria ». Mi alzai infastidito, gettando via le coperte.

« Vuole litigare già di prima mattina ». Aprii le finestre e fui investito dalla folgorante luce solare. Mi ci volle un po’ per riprendermi, ma poi, a lenti passi e sbadigliando frequentemente aprii la porta della camera, attraversai il corridoio e scesi le scale con passo lento e impacciato.

Corsi poi a piazzarmi davanti allo specchio e osservai minuziosamente il mio viso, prima frontalmente, poi mettendomi di profilo. Ero decisamente conciato male: il biancore naturale del mio viso era macchiato, qua e la’, da una valanga di brufoli e, poi, quelle orecchie, mamma mia, non mi ero mai accorto di avere due padiglioni di grandezza cosi’ spropositata! Eppure lei voleva incontrare me, proprio me. Io, che non ero certamente come Alain Delon o Kevin Costner. « Ma lei chi è? » esclamai istintivamente dopo un attimo. A questa domanda non potevo rispondere. Di lei sapevo che era sedicenne, era alta poco meno di me, che mi aveva visto giocare a pallacanestro da un mio amico e che ora voleva conoscermi, sapere qualcosa di piu’ su di me. Ma chi poteva essere non lo sapevo. Del giorno in cui mi aveva visto non ricordavo molto. A casa di P. c’erano state due ragazze. Chi poteva essere di loro quella fantomatica di K.?

Non lo so, mi sarei portato quel dubbio fino all’indomani, quando sarei andato a Gallarate per conoscerla. Nonostante queste perplessità, ero tranquillo. Avrei passato una tranquilla giornata di riposo. Era appena finita una stressante settimana di scuola e mi sentivo molto stanco. Pensando a tutto ciò, feci colazione e mi rintanai in bagno per lavarmi e osservai nuovamente il mio viso. Non mi ero mai accorto di avere un così bel paio di occhi: un giallo paglierino, un verde scolorito e dei riflessi che mi facevano apparire questi dei gioielli. Ancora in pigiama uscii dal bagno e risalii in camera per vestirmi. Aprii l’armadio e mi ritrovai nuovamente davanti allo specchio: mi piantai davanti a quello e ruotando la testa, prima da una parte, poi dall’altra, osservavo con attenzione ogni minimo punto della mia faccia. Mah, pensavo, non credo di essere tanto bello. Ma quel giorno non mi interessava il mio aspetto: l’appuntamento con K. era per l’indomani. Mi tolsi il pigiama e indossai una tuta multicolore; scesi in giardino e mi sedetti sotto quel frassino, che lo dominava, a riposare. Ah che bella giornata! Seduto là con la mia piccola cagnolina C. vicino mi sentivo in paradiso. I forti e robusti rami dell’albero mi riparavano dal sole e quella frizzante e leggera brezza mi dava un grandissimo piacere. Era proprio una bellissima giornata, ma io, pur in una condizione paradisiaca, mi annoiavo. Non sapevo cosa fare: io amo muovermi, praticare sport, non sopporto rimanere troppo tempo fermo. Mi alzai, rientrai in casa e iniziai a gironzolare di stanza in stanza, ad aprire cassetti ed antine in cerca di qualcosa da mangiare, o ancora meglio, di qualcosa da fare. Andava bene tutto. Quella giornata iniziata con buoni presupposti, si stava rivelando una delle mie solite giornate: una giornata qualunque, una di quelle che si dimenticano velocemente. Erano circa le 11.30 e per casa si stava già diffondendo un buon odorino di pollo arrosto.

Un po’ curioso scesi in taverna per vedere cosa mia madre stava preparando per pranzo: vi era una pentola che probabilmente conteneva la pasta asciutta, mentre nel forno giravano sullo spiedo due faraone. La mia curiosità era stata saziata, ora cosa potevo fare?

Mi sdraiai sul divano e presi una Gazzetta dello Sport di una settimana prima; iniziai a leggere del trasferimento di Paulo Sousa dal Benefica alla Juventus: il giornalista descriveva il giocatore come un formidabile rifinitore, il punto di riferimento a centrocampo che serviva alla Juventus. Mi stancai presto anche di leggere. « Che palle! mi sto rompendo le scatole; cosa faccio?» pensai.

Diedi un rapido sguardo all’orologio: 11.35; aspettavo con ansia mezzogiorno, almeno allora avrei avuto qualcosa da fare. Mentre mi stavo alzando dal divano squillò il telefono. Non mi mossi, ma tanto sapevo che avrebbe risposto mia sorella; a casa nostra quando suona il telefono la prima a rispondere e’ sempre lei.

« M. » sentii gridare. « Cosa c’e’? » risposi. « E’ per te » ribatté mia sorella.

« La prendo qui la telefonata » dissi.

« Pronto ».

« Ciao M. sono A. » era un mio amico, chissà cosa voleva!

« Noi oggi andiamo in birreria. Vuoi venire? »

« No, non mi va. Non mi sento molto bene e vorrei riposare un po’» mi giustificai.

« Dai. Non fare il pirla» insistette.

« Non é questione di fare il pirla. Il fatto é che non ho alcuna voglia di venire. Ieri ho giocato a tennis e ora sono stanco morto. Non riesco a stare in piedi: sono a pezzi» ribattei.

« Si, come no. Per una partita a tennis ».

« Senti, non mi rompere le scatole! » esclamai infastidito. « Non ho voglia di venire. Basta! »

« Va beh, cavoli tuoi. Ciao ».

« Ciao » lo salutai e misi giù la cornetta.

Mi mossi per salire le scale, quando sentii nuovamente squillare il telefono. Senza farci caso continuai a salire. « M. e’ per te » gridò B. « Sono qui, cosa urli a fare » avevo finito di salire le scale ed ero arrivato in sala. Afferrai la cornetta.

«Pronto».

« M. sono P. ».

« Ciao P. Cosa c’é? » chiesi.

« Ti ricordi di quell’appuntamento con K.? Lei domani non può, ma… » non lo feci finire di parlare e dissi «Sarà per un altro giorno ».

« Ma lei vorrebbe incontrarti oggi alle 15.00 in stazione » P. concluse.

« Oggi!» esclamai imitando la voce del ragionier Ugo Fantozzi.

« Si, oggi » ribadì lui.

« Oh, cavolo. Non me lo aspettavo proprio…Va bene. Vada per oggi! Ciao. Ci vediamo dopo » dissi.

« Ciao » mi saluto’.

Oh mamma mia! Ero preoccupato, direi angosciato. Iniziai a rimpiangere la vita di prima: l’unica cosa che mi sollevava il morale era che con me ci sarebbe stato P., mentre K. sarebbe stata accompagnata da una cugina di P. di nome S.

Come mi sarei dovuto comportare? Cosa dovevo fare? Dang ! Dang! I rintocchi dell’ orologio a pendola mi destarono dai miei pensieri e, contemporaneamente sentii chiamare « M. è pronto da mangiare. Prima di scendere controlla se la porta sia chiusa » urlò mia madre. Le obbedii e poi scesi a mangiare. C’erano i miei piatti preferiti: tagliatelle con panna e piselli per primo, mentre per secondo faraona arrosto. Ma ero troppo nervoso per poter assaporare quelle delizie: ero preoccupato per quell’appuntamento.

Finito di mangiare ritornai in bagno e mi preparai con la massima attenzione, cercando di curare ogni minimo particolare del mio aspetto. Salii quindi in camera e aprii l’armadio. Mi ritrovai nuovamente davanti allo specchio. Come quella mattina rimasi per un quarto d’ora circa a contemplare i miei pochi pregi e i miei tanti difetti, ma mentre prima non mi ero preoccupato molto degli ultimi, ora la mia attenzione e la mia paura erano rivolti soprattutto a quelli. Cercai di calmarmi e di farmi coraggio dicendomi che se K. voleva conoscermi era perchè per qualche motivo le piacevo. Passai quindi a considerare cosa potevo indossare.

Dopo una veloce scelta decisi di indossare un paio di calzoni rossi della El Charro, una camicia a strisce blu e bianche e un maglione nero di Armani preso in prestito per l’occasione da mio fratello.

« M. chi era al telefono? ». Mia sorella era entrata in camera e come é tipico di molte donne iniziò a bersagliarmi di domande: « Dove vai oggi? ».

« Ti interessa ? » le risposi male.

« Devi uscire con una ragazza? » insistette lei.

« Senti, non rompere ed esci da questa stanza » ribattei infastidito.

« Si, devi uscire con una ragazza! » concluse ed uscì.

« Che stupido! », pensai « Io sono qui che me la faccio addosso per la paura e lei mi prende in giro ».

Uscii dalla stanza e ritornai in bagno per gli ultimi ritocchi. Ero pronto. Era l’una e mezza. Avevo un’ora di tempo prima di prendere il treno per Gallarate. Un’ ora per prepararmi psicologicamente. Stando davanti allo specchio inizia a parlare ad alta voce: « Bene M. è il tuo momento; devi stare tranquillo….è tua, ce l’hai in pugno…si, si, si… »

Ero carico e pronto. Ora potevo andare. Ero come un pugile che prima dell’ incontro per il titolo dei pesi massimi si concentra e si carica nel suo spogliatoio per poi salire sul ring. Erano le 14.00. Era ora di andare. Insieme a mia sorella arrivai ad Albizzate E presi il treno. Secondo i patti P. , quel mio amico, doveva prendere il treno a Cavaria, la stazione intermedia tra Albizzate e Gallarate, ma lui non lo prese. « Verrà in motorino » pensai, ma nel luogo dell’appuntamento lui non c’era. Ero spaventatissimo; non potevo andare da solo insieme a K. e alla sua amica S.

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                                                                            fonte immagine: mapio.net

Provai a telefonare a P. « Pronto » era lui. « P. dove cavolo sei? » risposi. « Pirla. Mi hai detto che il treno passava alle 14.30, ma è passato dieci minuti prima » disse. « Va bene. E’ colpa mia. Ma ora, ti prego. Vieni qua ». « No, adesso ti arrangi » rispose. « Dai, non fare il bastardo: ero già nervoso prima quando sapevo che saresti venuto, ora me la sto facendo addosso. Ti prego ».

« No… » mi rispose.

« Dai. Farò tutto cio’ che vuoi »

« No… »

« Ti do diecimila lire, faccio tutto quel diavolo che vuoi » ero disperato.

« Va bene…ma farai tutto ciò che voglio! » accettò.

« Si, si » mi sentivo un po’ piu’ sollevato. « A che ora arrivi? »

« Eh, fra una ventina di minuti » rispose.

« Ok, ti aspetto. Grazie! Ciao » lo salutai. Misi giù la cornetta e iniziai a girare nervosamente per la stazione. Erano le 14.45. L’ora dell’appuntamento si avvicinava. Io mi sentivo sempre più nervoso. Uscii dalla stazione e feci un giretto. Ecco P. era arrivato in motorino; lo salutai e poi egli andò a portare il suo bolide al parcheggio custodito.

Mentre aspettavo, vidi arrivare due ragazze dietro di me. Non so come, ma capii che loro erano K. e S.

Non mi voltai, ero tremendamente nervoso e preoccupato. P. ritornò e solo allora voltandomi la conobbi. Porco cane! Era stupenda. La prima cosa che mi affascinò furono i suoi occhi, due diamanti di colore verde smeraldo. Fantastica. Non so se è mai esistita una ragazza più bella di lei.

Decidemmo di andare al Bowling. Nel tratto di strada che percorremmo non spiaccicai una parola, anche lei non parlò, eravamo due timidoni.

« M. sei un fesso » pensai. « Hai qui vicino una ragazza stupenda e non riesci ad attaccare bottone. Fesso! »

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                                                           fonte immagine: tripadvisor.com

Al Bowling giocammo un po’ a calcetto e a ping/pong, ma non mi divertivo. Pensavo sempre solo alla stessa cosa: « Io le  piacevo o no? ».

Uscimmo dal Bowling ed andammo in un’altra sala giochi, il Galpark. Iniziai a sbloccarmi. La invitai ad una romantica passeggiata. Mentre camminavamo la sommersi di complimenti, oddio, in pratica le dissi sempre la stessa cosa: « Tu sei bellissima, stupenda, meravigliosa ».

Devo dire che anche lei mi fece parecchi complimenti. Mi disse che avevo due bellissimi occhi e che ero bellissimo. Le possibilità a questo punto erano due: o aveva cinque decimi di vista o era una pazza fuggita da un manicomio.

A parte gli scherzi in quei momenti ero decisamente piu’ teso di quello che possa trasparire tra le righe.

Parlammo un po’ anche di noi, della nostra vita quotidiana, delle nostre famiglie.

Camminavamo sempre senza una meta, senza un perché. Volevamo sbloccarci, ma eravamo entrambi timidi. Io cercavo di avviare dei discorsi, ma non sapevo cosa dire. Alla fine tornammo da P. e S. e ci dividemmo. K. inizio’ a parlare con la sua amica, forse le stava dicendo cosa avevamo fatto. Io nel frattempo mi ero messo in disparte e raccontai i momenti della passeggiata a P., che quasi, non pensasse ad altro, mi chiese se l’avevo baciata. Che palle!

E’ possibile  che non pensino ad altro, in quel momento volevo solamente sapere cosa lei provasse per me, solo quello.

Ormai era ora di andare. Ci incamminammo verso la stazione, ma prima di lasciarci passeggiai ancora con lei in un bellissimo parco. Là mi accorsi di una cosa: io l’amavo, l’amavo pazzamente e non potevo dimenticarla.

Mentre eravamo sotto un pino o un abete, forse un frassino (non so distinguere gli alberi) successe una cosa bellissima, straordinaria. Le chiesi se mi avrebbe schiaffeggiato se l’avessi baciata. Lei rispose di no. Allora presi l’iniziativa, la abbracciai appassionatamente e la baciai, in fronte. Anche lei mi bacio’, sulla guancia.

Si, si.. Ora lo sapevo. Lei mi amava, io la amavo: ero contento. Oh giorno stupendo, meraviglioso, straordinario. Mi sentivo al settimo cielo, mi sembrava di essere leggero come una piuma e di volare in cielo con la grazia di un uccellino.

Lei mi amava, ma ci pensate, mi amava.

Ero impazzito per la gioia, iniziai a cantare: « Sono un ragazzo fortunato, perche’ ho incontrato un angelo in terra, sono fortunato perché lei mi ama. E quando torno a casa, io faccio una festa e ho voglia di cantare solo per lei “. Non si può certo dire che cercassi di contenere la gioia. Tornando a casa mi sentivo un dio. Guardavo gli altri con un atteggiamento di superiorità . Pensavo: “Ehi scemo, io, e sottolineo io sono insieme a una bellezza. E tu?” .

Come ero felice. Una giornata qualunque, ordinaria, si era rivelata straordinariamente bella. Era successo un miracolo: io M.F. , avevo trovato la ragazza dei miei sogni….

 

—————

 

« M. , ma ti vuoi alzare, sono le 11 » urlo’ mia madre.

« Aspetta » risposi.

« C’e’ P. al telefono »

« Arrivo » uscii dalla stanza.

« Ciao P. Cosa c’e’? ».

« K. ti vuole vedere oggi….. »

 

 

 

 

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