The Warlords – La battaglia dei tre guerrieri

Tau ming chong – Hong Kong/Cina –  di Peter Chan e Wai-Man Yip

Azione/Avventura/Drammatico – 126′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: movieplayer.it)

Ambientato nel mezzo di una guerra e di uno scompiglio politico durante la ribellione del Taiping nel 1860, Warlords racconta del generale Pang, sopravvissuto a stento al brutale massacro dei suoi soldati fingendosi morto. L’uomo si unisce alla banda di banditi guidati da Erhu e Wu Yang (Takeshi Kaneshiro). Dopo aver difeso un villaggio indifeso, i tre uomini decidono con un giuramento di diventare fratelli di sangue, promettendosi lealtà fino alla morte, ma le cose cominciano a diventare velocemente amare e i tre uomini rimangono invischiati in una rete di inganni politici e un triangolo d’amore tra Pang, Er Hu e una bellissima cortigiana.

Pur essendo ben del 2007 The Warlords arriva solo adesso in Italia, e non sugli schermi cinematografici bensì in edizione dvd. Un vero peccato, perché l’opera di Peter Chan sarebbe senz’altro stata meritevole di figurare ai botteghini nostrani, e probabilmente con una buona dose di successo. Che il cinema cinese sia ormai in ascesa imperiosa lo sappiamo ormai da diversi anni, dopo il boom avvenuto negli anni ’90 con l’emergere di un filotto di autori comprendente Zhang Yimou, Johnnie To, Chen Kaige, Ang Lee, Wong Kar-Wai e tanti altri…

Che però l’industria cinematografica cinese potesse diventare più attraente della stessa Hollywood sembra essere un dato assai più rilevante, che testimonia come sul lungo periodo sia probabilmente questo paese l’unico a poter mettere seriamente in discussione la supremazia economica americana anche in questo campo (su quella artistica l’Europa nelle sue varie sfaccettature continua a mettere il becco con successo). Si spiega così il fatto che autori affermati emigrati in America tornino in patria per realizzare notevoli e dispendiosi kolossal. Avevamo già affrontato il fenomeno parlando de La battaglia dei tre regni di John Woo.

Riprendiamo il discorso con l’attore Jet Li, maestro del cinema d’azione e d’arti marziali, che dopo essersi fatto conoscere in Occidente con film come Romeo deve morire, Kiss of the dragon e Danny the dog è tornato in patria recitando in film di successo come Heroes prima del presente film. A dirigere lui e i suoi “fratelli” Andy Lau e Kaneshiro Takeshi è il prolifico regista Peter Chan (nel 2005 il suo Perhaps Love fu candidato all’oscar per miglior film straniero), anch’egli alle prese con una passata esperienza americana con The love letter (1999).

Il filone scelto è quello storico-bellico cinese, trattato al solito con le modalità epiche tipiche dei colori locali: rispetto ad opere di maestri come Zhang Yimou viene però quasi azzerata la matrice fantasy, concentrando piuttosto l’attenzione sulla psicologia complessa dei personaggi, sulla costruzione di coreografie e fotografie al solito memorabili, e su una serie di riflessioni politico-morali di stampo machiavellico. A trionfare però è ovviamente la descrizione visiva delle numerose battaglie militari che hanno infuriato durante la rivolta dei Taiping, avvenuta tra 1851 e 1864.

La storia del generale Pang (Jet Li), servitore dell’impero assieme ai due ex banditi Cao Erhu e Zhang Wu Yang, è un racconto fatto di scommesse, azzardi, politicismi, ideali da difendere e compromessi dolorosi da accettare. Una vicenda che si svolge intrecciata tra l’inevitabile amore “impossibile” e una fratellanza coraggiosa che si rafforza nel sangue, tra scenari in cui a dominare è una serie di colori dalla tonalità scura, grigiastra, spesso intrecciati a ricercati giochi registici geometrici, quasi a recuperare un linguaggio post-espressionista.

È soprattutto una regia dinamica quella di Chan, in grado di utilizzare tutti i trucchi del mestiere, dalle soggettive personali e impersonali allo slow-motion, fino alla ricerca di inquadrature statiche di forte impatto visivo e simbolico. Forse i maggiori difetti riposano però proprio sul carattere repentino con cui si svolgono gli eventi, quasi di corsa. Ciò evita certo di annoiarsi ma impedisce i necessari approfondimenti lirici e spettacolari su cui forse si poteva lavorare maggiormente. Da segnalare infine che l’opera è un remake (pur rivisitato in chiave personale) del classico Blood brothers di Chang Cheh.

Voto: 7

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