Waiting for the Barbarians

Italia- 2019-di Ciro Guerra- Drammatico-112′

Scritto da Barbara Bresciani (fonte immagine: NonSoloCinema)

Presentato alla 76ma mostra del festival del cinema di Venezia, Waiting for the Barbarians si cala nell’atmosfera sospesa di un non-luogo, una deserta colonia militare alle frontiere polverose di un Impero sconosciuto, il cui comandante è un attempato Magistrato inglese (Mark Rylance). Tutto prosegue pacificamente fin quando da mandato viene inviato sul campo il despota Colonnello Joll (Johnny Depp) incaricato dall’Impero di piegare i barbari, un popolo nomade che condivide tranquillamente il territorio accanto a quell’Impero; invece diventato complottista nei suoi riguardi, sospettando infondate minacce per la propria sicurezza. Iniziano così persecuzioni ingiustificate e del tutto inventate come accuse di furto che finiscono in tragedia, e a questo punto il magistrato non ci sta più e approfittando dell’assenza di Joll libera gli innocenti diventati prigionieri di guerra e si infatuerà di una prigioniera (Gana Bayarsaikhan), ma nonostante l’amore platonico la ragazza verrà accusata di disonore e sceglierà di restare con la sua popolazione. Una volta rimasto solo il Magistrato affronterà il deserto e risparmiato dagli stessi barbari per la sua moralità, raggiunge la base trovandovi l’agente Mandel (Robert Pattinson), suo sostituto e tirapiedi del colonnello Joll che arresterà il Magistrato per tradimento come “prigioniero di guerra in attesa di giudizio”.

A quel punto arriva la risposta dei barbari al fortino sottoforma di scalpo e Mandel si dà alla fuga abbandonando la colonia e il popolo locale, il quale risentito e preoccupato per la propria sorte poiché era stato costretto dai soldati ad emarginare i nomadi barbari. Il magistrato non temendo nessuno continuerà a vivere in quel non-luogo popolato ormai da donne e bambini. Chiudendosi in una nuvola di polvere ambigua all’orizzonte il quinto lungometraggio del cineasta colombiano Ciro Guerra, rispetto ai suoi precedenti film, abbandona uno stile poco narrativo e ancor meno da kolossal per adeguarsi, al suo esordio hollywoodiano, ai tempi del cinema d’oltreoceano usando anche la fotografia in modo più classico e convenzionale, ma restando sempre focalizzato sulla sua personale battaglia contro un sistema che ha cominciato a fondare le basi su una colonizzazione capitalista molto tempo fa e che vuole far tabula rasa di secoli di storia e di cultura, anche filmica. Visivamente meno potente dei suoi precedenti lavori, risente molto di una sceneggiatura a tratti scontata e ha avuto una distribuzione lasciata in sordina (come la maggior parte dei film covid period prodotti). Menzione speciale all’eccellente artista Jacopo Quadri al montaggio.

Voto 6

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