E morì con un felafel in mano

He Died with a Felafel in His Hand – Australia/Italia 2001 – di Richard Lowenstein

Commedia/Romantico – 107′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: aforismi.meglio.it)

Il film si apre con la morte di Flip (Brett Stewart), rinvenuto da Danny (Noah Taylor) seduto davanti alla tv con un felafel in mano. La successiva ora e quaranta ci presenta un flashback che descrive un arco di tempo di circa sei mesi, durante i quali il protagonista si ritrova a cambiare tre abitazioni per i motivi più disparati, fra riti pagani, minacce della polizia, frodi e pittoreschi coinquilini.

“Danny: Vuoi sposarmi?

Sam: Non posso, tra un po’ devo uscire”  

“Danny: Taylor, non è che i tuoi amici sono un pochino nazisti?

Taylor: io preferisco definirli politicamente emarginati”  

Questo è uno di quei capolavori per cui non si può far altro che alzarsi dalla poltrona e rovinarsi i palmi delle mani a forza di applausi. Tutto ciò per tanti motivi.

Uno: siamo di fronte ad un gioiellino del cinema underground e indipendente, il che vuol dire pochissimi soldi da tirar fuori e la necessità di spremere al meglio le meningi per sfruttare fino all’osso il soggetto messo al servizio da John Birmingham, il cui romanzo omonimo è preziosa parola rivelata da spolpare fino all’osso. E morì con un felafel in mano va ricordato come uno di quei film preziosi che non vengono mai mandati in televisione: cose tipo Smoke, Buffalo ’66, Essere John Malkovich, Clerks e similia…

Due: gli attori. Tutti perfettamente azzeccati, che sia il faccino un po’ sciupato e semi-tragico di Danny, la vitalistica schizofrenia della giovane Sam o il ritratto teutonico e glaciale di Anya ogni personaggio viene scolpito in maniera sublime e caricato fino all’eccesso di caratteristiche straripanti. La cosa più sorprendente è la capacità da parte di tutti di interpretare ottimamente un ruolo che nel 99% dei casi necessita una buona capacità di simulare pazzia dovuta a incoscienza giovanile e crisi valorial-motivazionale.

Tre: la filosofia esistenzialista che scorre a fiume per tutta la storia si incontra in maniera pacata con un’atmosfera a metà tra il surrealismo e l’anarchia più demenziale possibile. Ne viene fuori un languore e un’aria di indifferenza che aleggiano perennemente nell’aria, esasperando comportamenti e attitudini fino alla esplosione/implosione (a seconda delle personalità) del caso.

Quattro: la regia di Richard Lowenstein, che lungi dall’essere un habitué della macchina da presa ha piuttosto una solida esperienza nel campo della televisione e nell’ambiente musicale dei videoclip. Ciò nonostante riesce qui nell’impresa di sembrare un fottuto regista stagionato che conosce ogni trucco del mestiere, cercando con astuzia e intelligenza inquadrature sempre originali e poco banali in base alle situazioni (eccezionale quindi la fotografia), alternandole con primi piani e mezzi busti per catturare fino in fondo la bravura dei suoi attori. Ne esce un film carico di ritmo in cui per l’intera prima metà non c’è un attimo di tregua, raggiungendo livelli di perfezione formale e stilistica definitivi. La seconda parte (coincidente con l’abbandono dello stupendo ambiente della casa 47) non regge l’invenzione e la fantasia della prima e si accetta qualche sprazzo in più di dramma emotivo, malessere tragicomico e sentimentalismo isterico e immaturo. Non si pensi però che non rimangano momenti eccezionali anche in questa seconda fase, a tratti straripante.

Cinque: accennavamo all’esperienza musicale di Lowenstein… è questo il tassello definitivo con cui si innesta una colonna sonora a dir poco perfetta, che raggiunge il momento di massima tensione e bellezza visiva quando la voce di Nick Cave troneggia intonando The Mercy Seat mentre Danny salva Sam da un tentativo di suicidio in vasca da bagno. Ma come non ricordare anche scelte impeccabili come la classica California dreamin’ (Mamas and Papas) e la meno scontata Golden brown (Stranglers)?

Ci sarebbero senz’altro ancora tanti altri motivi per cui questo film può occupare un posto importante nel vostro cuore, ma non so se le parole bastano a comunicarli, la cosa migliore è dedicarsi ad una salutare visione.  

Voto: 9

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