Nonostante la nebbia

Nonostante la nebbia – Macedonia/Serbia/Italia 2019 – di Goran Paskaljevic

Drammatico – 86′

Scritto da Elena Rimondo (fonte immagine: movieplayer.it)

Sinossi:

Un ristoratore trova lungo la strada un bambino siriano e decide di portarlo a casa. Ad affezionarsi al piccolo Mohamed è soprattutto la moglie, che non si è ancora ripresa dal trauma di aver perso il proprio figlio. All’iniziale euforia per il dono ricevuto subentrano i rimorsi e i conflitti all’interno della coppia e tra la coppia e chi li circonda.

Recensione:

La nebbia è sempre stata una potente metafora ed è per questo che il cinema (e non solo) se n’è sempre servito. La tentazione non ha risparmiato Goran Paskaljiević, il celebre regista serbo recentemente scomparso. Questo, infatti, è il suo ultimo film, girato in Italia nel 2019. La nebbia qui ha molteplici significati. Rappresenta lo spaesamento di chi abbandona il proprio paese per sfuggire a fame, guerra e distruzione, ma finisce per ritrovarsi in un luogo in cui non si conosce nessuno e la cui lingua è incomprensibile. La nebbia sta anche per il velo con cui cerchiamo di coprire i traumi del passato, rischiando, più che superarli, di nasconderli per poi doverli affrontare, più profondi che mai, ad anni di distanza. Infine, la nebbia simboleggia l’ottusità di certe mentalità. Anche l’incomunicabilità tra il bambino e i suoi “salvatori”, Valeria e Paolo, può essere paragonata ad una fitta nebbia, tanto che i due devono ricorrere ai gestori di un negozio di kebab per sapere come sia arrivato in Italia. Anche se Valeria, dopo qualche tempo, dice di saper comunicare benissimo col bambino, il sospetto che le cose non stiano proprio così resta. Forse il significato più originale che assume la nebbia in questo film è quello dell’oblio in cui cade in nostro vissuto quando si rimane soli al mondo. Il bambino si aggrappa all’illusione che i suoi genitori siano in Svezia (così come Valeria s’illude di aver ri-trovato un figlio) e, prima di venire scaricato, si affeziona ad un altro sopravvissuto al naufragio perché nessun altro sarebbe in grado di comprendere il suo dramma. E’ per questo che Valeria e Paolo, nonostante le loro premure e il loro affetto, non potranno mai sostituirsi ai genitori che il bambino ha perso. Non è solo una questione di religione, anche se la differenza di fede gioca un ruolo importante nel film. Niente sembra essere più dannoso del tentativo di convertire il bambino mussulmano al cattolicesimo. La messa e i canti di Natale, per esempio, sono la nebbia con cui Valeria, fervente cattolica, cerca di nascondere le origini di Mohamed per farlo assomigliare sempre più al figlio perduto. Allo stesso tempo, con la religione Valeria tenta di superare il trauma subito, con il rischio di interpretare le scritture a suo piacimento per giustificare il tentativo di appropriarsi di un bambino che non potrà mai essere suo figlio. 

A complicare la “missione” che si è prefissa Valeria c’è anche l’ostilità della società, rappresentata, molto concretamente, dal fratello di Paolo, insieme a moglie e, soprattutto, figlio. Il film mostra, in maniera un po’ troppo semplicistica ma forse non distante dal vero, come certi mostri siano tali per un motivo, vale a dire l’educazione ricevuta in famiglia. Da due genitori che parlano per frasi fatte che sembrano uscite da qualche politico locale e che ormai siamo fin troppo abituati a sentire, nasce un figlio intrinsecamente cattivo e razzista fino al midollo. Lo si può scusare per via dell’età? Ha ancora tempo per cambiare idea? Il film sembra dare una risposta negativa a entrambe le domande. Il film suggerisce anche che il razzismo si intensifica quando passa da padre in figlio. Anche il finale, benché enigmatico, non è molto consolatorio. Anziché fare una scelta coraggiosa, Valeria sceglie di continuare a vivere nell’illusione. E qui una nebbia particolarmente fitta nasconde il futuro, incerto e poco roseo, date le premesse.

Non un film memorabile, forse, ma da vedere per la prospettiva inusuale sul tema dell’immigrazione e per l’interpretazione di Donatella Finocchiaro.

Voto: 7

 

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