Benvenuti a Zombieland

Zombieland – Stati Uniti 2009 – di Ruben Fleischer

Avventura/Commedia/Fantasy – 88′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Columbus ha preso l’abitudine di scappare quando si trova di fronte alle cose che lo spaventano. Tallahassee invece non ha cose di cui aver paura. Se le avesse, le prenderebbe a calci nel sedere. In un mondo invaso dagli zombie questi due sono dei sopravvissuti che si sono perfettamente evoluti. Ma adesso gli si prospetta la più terrificante delle situazioni: vedere se stessi.

Zombieland è l’ennesima conferma che L’alba dei morti dementi qualche anno fa è stata una pietra miliare del cinema contemporaneo. Una realtà ormai assodata ma che vale sempre la pena ricordare, soprattutto per le giovani leve inesperte che si trovano a far fronte alla periodica invasione di film horror più o meno scadenti, grande flagello di questi tempi dopo Berlusconi e il neoliberismo.

Fleischer si inserisce a testa bassa nel filone comedy-horror senza concrete volontà e possibilità di essere originale, eppure riesce a creare un piccolo gioiellino che rischia di diventare un piccolo culto giovanile, al pari dell’opera prima di Edgar Wright. Il motivo è che Zombieland è almeno una spanna sopra tutte le altre cose uscite dal genere in questione (vengono in mente di primo acchitto la demenzialità erotico-vampiresca di Lesbian Vampire Killers o la costruzione più caricaturale e grottesca di Dead Snow), che nella maggior parte dei casi erano cosette simpatiche e divertenti ma che incitavano a poco più che ad una strizzatana d’occhi d’incoraggiamento.

Fleischer invece riesce a fare qualcosa di più: sfruttando in una maniera sfrenata la tecnica dello slow-motion raggiunge livelli di perfezione fotografica e (oserei dire) lirica che di recente si erano apprezzati solo nel grande Wes Anderson(ad esempio ne Il treno per il Darjeeling), oppure nell’emergente Zack Snyder. E sempre a riguardo di quest’ultimo (e in particolare all’ultimo Watchmen) bisogna rimandare per ricordare un incipit di film così sublime e mirabile.

Ma al di là dell’aspetto stilistico-formale ci sono altri fattori di forza che rendono Zombieland un film speciale: il cast innanzitutto, che non può esulare dal vero protagonista emergente dell’opera, Tallahassee, alias Woody Harrelson, che mischia in maniera proficua le esperienze della stravaganza un po’ pazzoide di Natural Born Killers e dell’estetica da cowboy macho di Non è un paese per vecchi. È lui il campione della scena, che trova i suoi momenti di epicità quasi spaghetti-western nelle scene conclusive dell’opera, dove ci si lascia andare al grande sfogo liberatorio di Fleischer, che non lesina un finale privo di ambiguità che evidenzia una filosofia positivista e umanista, ribellandosi al pessimismo latente di tutta la tradizione “zombie” precedente (il cui carattere nasce con il fondatore stesso del genere: George Romero).

Il carisma e la riuscita costruzione del personaggio Tallahasse permettono di bilanciare il resto del cast, che vede l’accoppiata non casuale di personaggi con esperienze più o meno visibili in due piccoli gioiellini del cinema adolescenziale recente (con tutto ciò che sta dietro l’etichetta apparentemente dispregiativa del termine, ossia approfondimento dei problemi di ragazzi spesso disadattati, l’affacciarsi ai primi amori, famiglie distrutte, un percorso di formazione che qui coincide con il viaggio kerouachiano “coast to coast”,  e via dicendo): Superbad (Emma Stone) e Adventureland (Jesse Eisenberg).

Ecco quindi che si svela il piano semplice ma efficacissimo su cui regge Zombieland: Wes Anderson più Edgar Wright con una scorza di Greg Mottola. La ciliegina sulla torta finale è Bill Murray, il cui innesto, lungi dall’essere solo un piccolo squisito cameo appare in realtà molto più simbolico di quanto potrebbe sembrare: l’insistenza con cui l’azione si ferma nella villa di Murray e con cui si ripercorre il mito di Ghostbuster mostra evidentemente come l’intento dell’autore voglia essere quello di legare il proprio operato in una ideale continuità ad un tipo di cinema d’avventura e di fantascienza umoristico e adatto alle famiglie (pensiamo a Zemeckis e Spielberg) di cui per molto tempo si era persa la traccia.

Ovvia anche la funzione consolatrice della località e dello stesso Murray, simboleggianti un passato tutto sommato felice (forse idealizzato) ma ormai lontano, e nel quale il realismo disfattista odierno impone di non poter restare troppo a lungo. Di qui la necessità di andare oltre, fino alla divertente “scazzottata” finale in cui vengono portate alle estreme conseguenze estetiche alla Bruce Willis e humour squisitamente americano (solo uno yankee può sparare agli zombi ridendo mentre va sulle montagne russe).

Ritmo, estetica perfetta, un’attenzione formale al make-up meticolosissima, scenari apocalittici privi di effetti speciali, bensì sobri e misurati, e infine una perfetta commistione di musiche ed immagini (degna di gente come Corbijn, tanto per dire, con roba tipo Metallica, Black Keys e White Stripes…). Un esordio migliore di questo per Fleischer non si poteva davvero immaginarlo…

Voto: 8

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