France

France – Francia/Germania/Italia/Belgio 2021 – di Bruno Dumont

Commedia/Drammatico – 133′

Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: mymovies.it)

France de Meurs è una giornalista d’assalto, esperta manipolatrice della realtà. I suoi servizi li dirige come una regista su un set, assumendo un ruolo centrale da attrice. Piange a comando, fa sfilare i soldati israeliani come fossero comparse, si mescola fra i migranti su un gommone per portare a casa il reportage salvo poi spostarsi, a riprese avvenute, su un motoscafo di lusso. Una serie di eventi – un sinistro stradale, un incontro amoroso – la porterà a entrare in contatto con la realtà.

Bruno Dumont prosegue la linea parodica della sua carriera iniziata con P’tit Quinquin, punto di svolta nella sua filmografia, e continuata con Ma Loute mettendo in atto uno sbugiardamento del cinema del reale, del reportage documentaristico d’assalto telegiornalistico. Secondo Dumont lo spettatore può emozionarsi solo quando l’immagine viene sovraccaricata per far piglio sull’impatto emotivo; in tal senso la parodia nell’incidente automobilistico, che Dumont applica al suo stesso film di finzione e non più solo ai reportage all’interno del film, retrocedendo quindi di un livello sul piano narrativo ed estendendo il discorso anche al piano della fiction più in generale, è esemplare.

I riferimenti alla Francia sono smaccati: dal titolo, che coincide con il nome della protagonista, alla bandiera francese ostentata a più riprese e impressa nei colori (il blu degli occhi, il bianco del viso, il rosso delle labbra) sul volto di Léa Seydoux e Dumont ambienta per la prima volta un suo film in città, più precisamente a Parigi (salvo poi ritornare ancora una volta agli ambienti nel nord della Francia a lui cari fin da inizio carriera).

Il film, che parte con un’esilarante scena iniziale che inscena una finta conferenza stampa alla corte di Macron (inserito perfettamente in digitale a partire da materiale d’archivio), diventa via via sempre meno “divertente” e sempre più drammaticamente agghiacciante (fino ad approdare al primo piano finale). I toni da commedia infatti mascherano inizialmente la serietà della riflessione ma le implicazioni linguistiche sono fin da subito ancor più disperate di quelle de L’umanità.

Il regista per eccellenza dello sguardo fuori campo porta la sua inquadratura caratteristica all’esasperazione, utilizzandola, giustamente, un numero di volte senza precedenti anche per il suo cinema, perché le sue domande sono sempre più frequenti, così come lo sono le sue altrettante mancate risposte.

Dopo un’ora ora esatta France guarda il cielo in un’inquadratura zenitale, tipica di Dumont da L’età inquieta a Jeanne, ma Dumont nega il controcampo dello sguardo al cielo dei suoi personaggi – l’inquadratura al cielo, in cui lo sguardo dei personaggi di Dumont ha sempre cercato un risposta, non viene mai concessa – portando all’estremo il significato dello sguardo fuoricampo della sua protagonista: dove una volta si poteva cercare di intravedere una risposta alle nostre domande attraverso una soggettiva ora quella soggettiva non è più a nostra disposizione, perché risposta non può esserci; ci rimane soltanto un primo piano di una protagonista che cerca in tutti i modi di evadere con lo sguardo dall’inquadratura che incornicia la sua solitudine, le sue domande il suo dolore.

Esattamente come per P’tit Quinquin – raggiunto l’apice teorico con Hors Satan a Dumont non era rimasto che azzardare la parodia di se stesso – ancora una volta Bruno Dumont smonta e rimonta il suo immaginario riprendendo e ripetendo elementi di trama, simbolismi, scelte formali. In questo modo Dumont stabilisce un legame tra France e la sua filmografia precedente – l’omicidio seriale e lo stupro (L’umanità, P’tit Quinquin, Ma Loute), il territorio bellico (Flandres), l’accenno al musical nella parentesi delle Dolomiti (Jeannette e Jeanne) – evidenziando, come già in passato, la natura del suo nuovo film come tassello un’unica grande teoria. Allo stesso tempo, come spesso accade nel cinema di Dumont, l’inquadratura finale è una vera e propria summa del pensiero del regista, riassuntiva ed emblematica del percorso sviluppato e argomentato all’interno del film stesso e i continui riferimenti interni nella filmografia del regista rendono l’inquadratura finale di ogni suo film come il punto d’arrivo di un’unica grande opera e di un unico grande pensiero.

France appoggia la testa sulla spalla del suo nuovo compagno, che sa non essere perfetto ma che ormai conosce anche per la sua parte negativa, parte che può accettare a favore di un’indiscusso amore che lui nutre nei suoi confronti. Il suo sguardo rasenta l’ “in camera” ma resta al limite del filo-macchina, abbozza un sorriso, chiude e riapre le palpebre evidenziando il periodo d’alternanza. Si appoggia al male, non lo abbraccia più; il sorriso ne sancisce comunque la consapevolezza di una tranquillità che è sempre un compromesso; il suo sguardo evade ancora il campo ma per la prima volta punta nella giusta direzione – pur non essendo ancora pronto a sfondare la quarta parete e con esso la realtà – e opera una scelta per poter sostenere il peso di questo enorme compromesso: quello di guardare e non guardare, a intermittenza. Perché guardare ininterrottamente la realtà è troppo.

Questo è, per ora, il punto d’arrivo di Bruno Dumont, regista sempre fedele a se stesso ma in continua evoluzione.

Voto: 9

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