Escursione alla Cima Pisciadù

Testo di Francesco Carabelli e Guido Andrea Caironi (per la descrizione dell´escursione)

Devo ringraziare i miei genitori perché mi hanno spinto ad imparare le lingue straniere vuoi a scuola, vuoi con corsi ed esperienze all’estero.

Sicuramente la mia vita è stata segnata da un incontro, ovvero dall’aver soggiornato fin dalla più tenera età in Alto Adige per lunghe vacanze estive, quando mio padre e mia madre staccavano entrambi dall’attività lavorativa di famiglia e si poteva prendere la macchina e percorrere quei 400 km che ci separavano dal nostro piccolo paradiso.

L’abbiamo scoperto per caso. Mi ricordo ancora. Era il 1985 e si festeggiavano i 50 anni di sacerdozio del ns. Parroco don Luigi Mauri. Tra i tanti invitati per l’occasione, un amico di famiglia, Romano Pigni, Sacrestano in Duomo, che da anni frequentava le Dolomiti, soggiornando in una piccola pensione in Val Badia, precisamente a Colfosco. In quella occasione i miei genitori parlarono con lui e decisero di provare a passare qualche giorno in compagnia sua e di un gruppo di amici in quella valle che ci sembrava tanto lontana.

Ma lontana non lo era solo geograficamente, lo era per cultura, una cultura dove ladino e tedesco primeggiavano sull’ italiano.

La gente del posto era si di nazionalità italiana, ma di cultura diversa di matrice germanica e tanti erano i tedeschi che soggiornavano là durante l’anno e si trovavano come a casa pur essendo all’estero.

Forse i veri stranieri eravamo noi, lombardi, liguri, emiliani, romani che affollavamo i garni e le pensioni della valle.

Mi ricordo ancora quando il primo giorno che arrivammo, camminammo lungo un sentiero per raggiungere la pensione che era all’estremo confine del paese, sotto il monte Sassongher e incontrammo un’anziana del posto. Mio padre mi insegnò a salutarla nella lingua locale, ovvero nel tedesco di parlata austriaca. Il Sud Tirolo era stato parte del Tirolo austriaco fino alla fine della Prima Guerra Mondiale e ai trattati di pace che l’avevano assegnato all’Italia vincitrice, come compenso per i danni subiti in guerra. Il Fascismo aveva cercato di italianizzarlo introducendo la doppia denominazione dei luoghi, l’insegnamento obbligatorio dell’italiano a scuola e aveva tentato di spingere verso un’emigrazione interna di italiani di altre regioni verso la zona di Bolzano.

Quel saluto all’anziana signora, Grüß Gott, voleva dire riconoscere le diverse origini di quel popolo e rispettarlo nella sua identità. Forse quella anziana signora era nata proprio sotto l’Impero asburgico di Francesco Giuseppe agli inizi del XX secolo e la sua lingua madre era allora l’unica lingua che parlava. L’italiano forse lo aveva imparato a scuola più tardi o per la presenza dei turisti così come molto spesso accade nei paesi in cui il turismo italiano è forte, in Slovenia, In Croazia, nella vicina Svizzera ad esempio in Engadina o nel Vallese.

Così era sorta in me la curiosità per quella lingua tanto diversa che queste persone parlavano. Loro ci capivano quando parlavamo in italiano, ma io non capivo quando parlavano tra loro in ladino o in tedesco. A poco a poco si prendeva dimestichezza con i cartelli bilingue, con i menù in italiano e tedesco, con i tanti libri e opuscoli stampati in due lingue. Se non avessi avuto quell’esperienza così giovane, ma già scolarizzato, forse avrei fatto scelte diverse nella mia vita, non mi sarei iscritto ad un liceo dove la seconda lingua insegnata era il tedesco, non avrei passato mesi sui libri in tedesco per prendere confidenza con questa lingua tanto ostica, tanto diversa dalle lingue neolatine, ma così grammaticalmente regolare, e razionale, così musicale così etimologicamente raffinata. Ancora oggi leggere Heidegger apre scenari nuovi sull’etimologia delle parole del vastissimo dizionario tedesco e mette in luce quanto raffinata sia l’origine di certe parole di uso comune di cui si dimentica ed oscura il senso nel comune parlare, ma  delle quali vi è bisogno di svelare  l’origine con un attività etimologica e filosofico-filologica che apre vastissimi orizzonti e  vastissime conseguenze.

Essere altoatesini è un privilegio, il privilegio di vivere il bilinguismo e di vivere una cultura folkloristica molto viva. Un attaccamento alle tradizioni, ai mestieri tradizionali, all’agricoltura, che pur sono stati modificati dall’avvento della tecnologia e dal turismo. Eppure in un fazzoletto di terra quale è la provincia di Bolzano vive un mondo con una identità molto forte che gode di una forte autonomia e del sostegno di uno Stato, quale quello italiano che vede in questa regione un unicum da sovvenzionare e salvaguardare in un’opera di dialogo continuo con le amministrazioni provinciali e locali.

Si va lì per stare in mezzo alla natura, ai bellissimi scenari mozzafiato: monti (in particolare le Dolomiti), fiumi, cascate; per camminare, per fare sport, ma anche per vivere le loro cittadine, che nei giorni di pioggia  si riempiono di turisti che si vedono messi a riposo dal cattivo tempo e che cercano il negozio, il grande magazzino particolari o il ristorante dove gustare un piatto di canederli, uno stinco al forno o qualche altra prelibatezza culinaria come gli Strudel e le Sachertorte.

A poco a poco si prende confidenza con questo mondo, con i suoi usi, con i suoi costumi con la gente del posto affabile, ma riservata. Si visitano musei, castelli, chiese e ci si rende conto che anche quello è un mondo che ha una sua storia, altrettanto valida che la nostra, altrettanto affascinante e dove l’uomo vive il duro confronto con una natura a volte selvaggia, ma in cui ha trovato il suo spazio e ha costruito il suo mondo, il suo ordine in cui dar vita alla storia di un popolo e di singoli uomini coraggiosi.

Lascio spazio ad un mio collega universitario, il dottor Guido Caironi, oggi infermiere e guida di montagna, nonchè scrittore di innumerevoli libri di escursioni e di saggi sul mondo della montagna, che ci suggerirà un´escursione di media difficoltà per i nostri soggiorni in questi splendidi posti che sono unici in Italia e nel mondo per panorami e cultura.

Foto2

La Cima Pisciadù è una bella ed estetica elevazione, che sfiora i 3.000 metri (raggiunge i 2985 metri per la precisione) e che può essere raggiunta direttamente da Colfosco, con soltanto un breve tratto in auto, per risalire in direzione del Passo Gardena al parcheggio di partenza della Val Setus, stretto intaglio roccioso entro il quale avverrà la salita verso la vetta di questa panoramicissima montagna. La cima è collocata in posizione panoramica all’interno dell’ampio massiccio dolomitico del Gruppo del Sella.

Il parcheggio è quotato a 1960 metri, quindi per raggiungere la vetta del Pisciadù sarà necessario coprire un dislivello di 865 metri in salita, dislivello alla portata di escursionisti mediamente allenati. Il tipo di terreno è roccioso, con alcuni tratti provvisti di corde fisse, più utili per la discesa (che come sempre è più complessa della salita), il che rendono il percorso adatto ad escursionisti con un buon livello di esperienza (generalmente, secondo le tabelle del CAI il percorso è classificato come EE, cioè rivolto ad escursionisti esperti).

Chi non desideri raggiungere la vetta può fermarsi comunque all’omonimo rifugio (Rifugio Cavazza al Pisciadù, 2580 m) e al bellissimo laghetto sovrastante.

Da Colfosco si risale in direzione del Passo Gardena. Poco prima di raggiungerlo, sulla sinistra, vi è un ampio parcheggio sterrato con le indicazioni per la Ferrata Brigata Tridentina (molto interessante, riservata agli escursionisti esperti muniti dell’apposita attrezzatura).

Lasciata l’auto, proprio di fronte all’escursionista si dipana la stretta e scoscesa Val Setus.  Si dovrà risalirne gli aspri pendii pietrosi sino a confluire nella bocchetta terminale, uscendo sul Valun di Pisciadù. L’ascesa non è impegnativa da un punto di vista tecnico, ma è erta e abbastanza faticosa. Nell’ultima porzione invece, quando la valle sempre più stretta annuncia il suo termine, è necessario prestare più attenzione. Eventualmente aiutati dalle catene poste sul percorso si guadagna rapidamente quota, sboccando infine nel Valun di Pisciadù (1 ora e 45´ dalla partenza). Ancora 15´ minuti di facile camminata conducono, attraverso balze rocciose e rocce montonate, al rifugio Cavazza al Pisciadù ed all’omonimo lago.

Dal rifugio si scende verso il lago e si costeggia il versante destro orografico del Valun di Pisciadù (cioè spostandosi a sinistra, faccia a monte), transitando proprio sotto la strapiombante parete occidentale di Cima Pisciadù.

Si prosegue in un passaggio un poco più impegnativo (corde fisse), risalendo per spalloni rocciosi alla Val de Tita (2816 m.). Trovato il bivio (cartelli) per la cima si volta a sinistra, superando dapprima un divertente “gradone” e risalendo poi faticosamente per balze rocciose (quasi come su di un antico “ziqurrat”) in un percorso non obbligato ma sempre molto intuitivo e non difficile, segnalato qua e là da ometti in pietra e raggiungendo infine la tanto agognata cima (1 ora e 30´ circa dal rifugio).

La discesa, ponendo maggiore attenzione ai risalti rocciosi e ai tratti attrezzati, si svolge esattamente ripercorrendo fedelmente il tracciato della salita.

Inutile rammentare quanto di magnifico vi sia nella veduta che da questa vetta si può godere: dal Gruppo del Sassolungo all’imponente Gruppo Sella, sino alla sottostante vallata di Colfosco e all’alta Val Badia. Sullo sfondo sono sempre visibili la Marmolada, il Pelmo, il Civetta e, verso est, in direzione del Passo Falzarego, le Tre Tofane.

Vale proprio la pena salire fin quassù, muniti di cartina e bussola, per dare un nome a tutte quelle montagne che, come in un incanto geologico, circondano lo stanco ma affascinato escursionista.

Le foto pubblicate in questo articolo sono gentilmente concesse dal dott. Guido Caironi.

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Prealpina il giorno 17 luglio 2021

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