The Grandmaster

Yi dai zong shi – Hong Kong/Cina 2013 – di Kar-Wai Wong

Azione/Biografico/Drammatico – 130′

Scritto da Maria Eleonora C. Mollard (fonte immagine: cinemadelsilenzio.it)

Dopo la lunga attesa iniziata nel 2007, Wong Kar-Wai ritorna con un dramma che va oltre il concetto di biopic sul leggendario Yip Man e i maestri che costruirono il mito.

La figura del famoso shifu – già descritta nei lavori di Wilson Yip – viene ripresa da Wong Kar-wai ed elaborata fino a raggiungere un risultato non solo poco in linea con le opere del regista, ma anche col filone sulle arte marziali.

Il regista deraglia apparentemente dai suoi precedenti lavori, per riprendere la tematica dei primi, offrendoci un racconto diegetico elegante, affascinante in una proporzione perfetta tra kung fu movie (?) e una storia sentimentale evitando di cadere nel melò.

A fare da sfondo alla storia dei Grandi Maestri ci sono gli anni Trenta e la guerra civile scatenata dall’invasione giapponese.

La cosa che potrebbe far storcere il naso agli amanti del combattimento fine a se stesso, è il taglio spirituale – filosofico della storia. Le arti marziali come modo per vivere e sopravvivere ad un’epoca di sconvolgimenti.

Gong Er e Yip Man.

Alla grazia con cui Yip Man affronta la perdita di famigliari e amici, e di un periodo che ricorda come ” la primavera della sua vita”, si contrappone in modo quasi stridente la sete di vendetta dell’unica persona che sia mai riuscito a batterlo: Gong Er.

Gong Er prende la sua vita e la consuma nella vendetta verso San-Ma, non solo reo di aver ucciso il padre della ragazza nonché suo maestro, ma anche di aver tradito il suo stesso paese a favore degli invasori andando contro quell’onore a cui Yip Man si aggrappa nei momenti più difficili della sua vita.

E’ tutta una questione di armonia ed equilibrio tra le parti: la ricerca quasi ossessiva di Yip Man di apprendere la tecnica di Gong Er, a cui ha potuto assistere solo una volta, lo porterà ad incamminarsi in un scalata verso il perfezionamento di se stesso, percorso che verrà portato avanti dai suoi allievi.

Per Gong Er, la morte del padre per mano di un traditore è uno squilibrio imperdonabile e deve riportare, a costo della vita, l’equilibrio in una equazione altrimenti perfetta.

Kung-fu.

Due caratteri, l’Orizzontale e il Verticale. Colui che sbaglia, cade. Solo l’ultimo che rimane in piedi ha ragione.

Non sempre chi rimane in piedi ha ragione, c’è chi non cade ma si trascina per il mondo come un fantasma dimentico di tutto ciò a cui ha attinto per il suo scopo; e sono i fantasmi quelli che rimangono a Yip Man: tutto ciò che avrebbe potuto avere, ciò che aveva, sua moglie, una tecnica perduta e il rimpianto che definisce quell’inverno che è diventata la sua vita, senza passare dall’estate.

Non c’è nulla di sensazionalistico in questo film, nessuna pesantezza se non lo scorrere del tempo, la natura che scandisce le piccole e grandi tragedie umani e divide ogni esistenza in stagioni.

Wong Kar- Wai è tornato al Festival di Berlino, dopo l’episodio sottotono di “Blueberry Nights“, aggiunge al suo occhiello un’altra opera pregna di poesia, dove la storia del famoso maestro funge da comune denominatore per storie di uomini e donne che si sfiorano, si cercano e si perdono, con la stessa grazia con cui i protagonisti danzano fuori e dentro le rispettive vite. Ed è qui che si percepisce come l’autore abbia non solo confermato il suo stile di narratore di solitudini, rimpianti e amori appena accennati, ma aggiunge qualcosa in più non solo ai suoi lavori ma anche alla storia di un uomo straordinario.

Non meno perfetta è la fotografia di e quei slow motion alternati alla velocità esasperata della lotta, come a voler dare maggiore importanza e profondità alle persone, dilatando il tempo in modo quasi esasperante incitando lo spettatore a colmare quei vuoti con tutto quello che avremmo voluto vedere e sentire tra i protagonisti non di una tragedia, ma di una vita ridotta, ma non per questo minimizzata,

Un film come questo, altamente evocativo, dovrebbe essere vissuto più che sminuzzato nella composizione delle sue parti.

Voto: 8

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