Marcia Trionfale

Marcia Trionfale – Italia/Francia/Germania Ovest 1976 – di Marco Bellocchio

Drammatico – 118′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: Amazon.it)

Passeri, neolaureato borghese del Sud, fa il servizio di leva agli ordini del capitano Asciutto che vuol farne un “buon soldato”, dunque un “vero uomo”. Intanto la moglie del secondo diventa l’amante del primo.

Non è un capolavoro Marcia trionfale. No, probabilmente non lo è proprio… Incapace di quel colpo di genio e di quell’astuzia furbesca più tipica di altre opere (ad esempio Sbatti il mostro in prima pagina) e di altri autori dello stesso periodo (Petri, Monicelli, Risi, Rosi, ecc.), dal mirino più luccicante e calibrato. Eppure nonostante Bellocchio sia qui ancora incapace di gestire in maniera equilibrata la matrice culturale marxista Marcia trionfale è comunque un film notevole, che merita i suoi giusti elogi per la capacità interpretativa del problema affrontato (la vita militare, quella naia che ci siamo ormai fortunatamente evitati) e che appare ancora ben attuale, considerato che alcuni amici poliziotti mi suggeriscono ancora oggi che la gran parte dei colleghi tiene un calendario di Mussolini in ufficio.

E poi è un film che non potrà non piacere ai sinistroidi: l’approccio strettamente deterministico di Bellocchio sarà sì un tantino esasperato e fazioso ma in definitiva veritiero nelle sue macro-analisi di fondo: l’esercito come un’istituzione repressiva e autoritaria, in cui la cultura viene denigrata in quanto l’unica cosa utile è imparare a rispettare passivamente gli ordini e i regolamenti, per quanto assurdi questi siano. L’annullamento dell’individuo passa per un processo di educazione fatto di botte, nonnismo ed umiliazioni quotidiane, da cui non tutti riescono ad uscire indenni.

Tale è il caso del giovane laureato Paolo Passeri (un giovanissimo Michele Placido), che da vittima preferita dei compagni diventa il fido mastino del capitano Asciutto (il viso scolpito di Franco Nero), personaggio autoritario apparentemente granitico e saldo negli ideali fascisti del dovere, dell’ordine e della mascolinità, ma che nel corso della pellicola mostra tutta una serie di debolezze che ne segnano il tracollo psico-fisico finale. La de-evoluzione del capitano Asciutto è uno dei tanti atti pienamente politici di Bellocchio, che trasforma il prode ufficiale in un personaggio patetico e ridicolo, fallito su ogni fronte e talmente ambiguo da palesare neanche troppo velatamente l’incapacità di accettare un’omosessualità interiormente repressa.

La distruzione “dell’uomo fascista” si accompagna alla denuncia della condizione femminile: la donna è ancora schiava di una dominazione maschile che lega in maniera evidente autoritarismo, violenza e modello patriarcale. Nonostante non venga mai citato esplicitamente il fascismo è nell’aria ovunque, e tutti i simboli sono continuamente riproposti all’occhio dello spettatore attento. La tragicità grottesca con cui termina l’opera è solo l’ultimo atto d’accusa verso un uomo-sistema incapace di far fronte in maniera razionale ai problemi, e che cerca consciamente la propria stessa distruzione pur di accettare l’idea di aver costruito tutta la propria vita su fondamenta sabbiose.

Il percorso di formazione di Passeri in tal senso deve essere di lezione per tutta la classe intellettuale che si fa distrarre dalle sirene rivoluzionarie accettando le istituzioni e i valori dell’ordine borghese: per Bellocchio quest’ultimo infatti conduce al disastro e il messaggio etico che propone è che bisogna resistervi sempre e comunque, rimettendo al primo posto la cultura e rifiutando di lasciarsi trascinare dai bestiali istinti su cui fa leva il fascismo.

Come si sarà capito Marcia trionfale è quindi un’opera nettamente pedagogico-moralizzatrice, e la sua irreale volontà di far quadrare artificiosamente ogni tassello del puzzle è il suo limite più vistoso, rendendolo per qualcuno un possibile anacronismo stereotipato. In realtà non è così, il messaggio è ancora ben valido e l’autore ha il pregio di gestire bene il tessuto ritmico della narrazione, riuscendo a mantenere una medietas che spazia tra squallori pornografici, festose atmosfere da caserma, rigidi drammi da camera e divertenti psicologismi deviati.

Voto: 7

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