L’età dell’innocenza

The age of innocence – Stati Uniti 1993 – di Martin Scorsese

Drammatico/Romantico – 139′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: comingsoon.it)

Newland Archer (Day-Lewis), un ricco avvocato di New York, è fidanzato con May Welland, una bella ma convenzionale aristocratica. Newland comincia ad avere dei dubbi sulla sua vita, domandandosi se sia possibile cambiare i piani prestabiliti dopo l’arrivo della cugina di May, l’esotica e sofisticata contessa Ellen Olenska. Ellen sta tentando di divorziare dal marito che la maltratta, un conte polacco che le ha bandito la vita sociale. Mentre Newland cerca di dissuaderla dal divorzio, per evitare lo scandalo, si accorge di amarla e diventa sempre più disilluso nei confronti della società a cui appartiene e verso l’idea di cominciare un matrimonio senza passione con May…

Oggi parliamo male di Scorsese. Perché non si può sempre parlarne bene, e bisogna ammettere che quando uno sbaglia un film c’è poco da difendere. L’età dell’innocenza è un’opera strutturalmente sbagliata e inadatta per la natura artistica del regista italo-americano. Ancor più stravagante e discotinua la scelta di dedicarsi ad un genere riassumibile nella definizione di “dramma sentimentale aristocratico di costume”, specie dopo due capolavori del cinema gangsteristico e thriller come Quei bravi ragazzi e Cape fear.

In effetti L’età dell’innocenza si discosta molto da tutta l’opera complessiva di Scorsese, autore abituato a coltivare le proprie opere su una visualizzazione esplicita della violenza, con l’obiettivo di descrivere i mali psicologici e sociali di un’epoca in disfacimento morale. Nonostante le grosse differenze di fondo alcuni critici hanno evidenziato come la rappresentazione critica delle ipocrisie dell’epoca vittoriana ottocentesca fosse riconducibile ad un modello sociale ugualmente violento rispetto a quello odierno, nonostante all’epoca tale violenza non avesse bisogno di pugni, calci o bastoni, ma fosse esercitata con lo sdegno di una rigidità ortodossa e puritana da parte di una borghesia arricchita e ben lieta di accodarsi alle norme illiberali e anti-storiche dell’aristocrazia classica.

Certo, se è vero che il filo che lega gli eventi del film è una disgraziata lotta interiore nei protagonisti tra il desiderio di soddisfare il proprio sentimento interiore e la necessità di rispettare le regole sociali è altrettanto vero che tale sfondo narrativo, tipico della letteratura ottocentesca, sia alquanto datato e più volte ripreso. Non per niente lo stesso film si basa sul romanzo omonimo (1920) di Edith Wharton, peraltro già trasposto sul grande schermo nel 1924 e 1934. Al di là della tematica e dello sfondo critico dell’opera, solo in parte capace di uscire dalla banalità del “triangolo amoroso”, ciò che penalizza maggiormente il film, e che ne sancisce di fatto il fallimento (uno dei pochissimi di Martin Scorsese, sia chiaro) è la totale incapacità di conferire ritmo allo svolgimento narrativo.

L’età dell’innocenza è un film lento, asfittico e a larghi tratti noioso, che pare danzare senza meta attorno agli splendidi costumi, scenografie e personaggi principali, senza però trovare alcuni fulcri principali attorno a cui ancorarsi, cercando di giocare sulla tensione degli eventi come solo Scorsese sa fare. Fin dalle prime scene si rimane storditi da un fiume di parole che introduce mille personaggi e famiglie senza riuscire a focalizzare con chiarezza e semplicità dove il narratore voglia condurci. Ne consegue uno sviluppo tremendamente piatto, da cui ci si risolleva solo parzialmente solo grazie alle visioni di una celestiale Michelle Pfeiffer, alla compostezza di una deliziosa Winona Ryder, o alla presenza scenica dell’elegante Daniel Day-Lewis.

Un peccato insomma, perché nonostante la perfezione formale delle impressioni visive e degli sviluppi sentimentali e psicologici ciò che rimane alla fine della visione è la sensazione di una clamorosa mancanza di contenuti, di un plot vuoto, desolante nella sua incapacità di attirare un reale interesse dello spettatore, sia pure solo con artifizi tecnici un po’ più innovativi (di cui Scorsese è senz’altro capace): si poteva pensare ad altro rispetto allo sterile mantenimento della lettura in terza persona neutrale, tecnica fuori moda già negli anni in cui uscì il romanzo, assediata dall’avanguardia dello stream of consciousness… Si poteva fare di più insomma, per questo ci permettiamo di punzecchiare un regista di cui amiamo il novanta per cento delle opere. D’altronde un passo falso capita a tutti, basta esserne coscienti ed essere abbastanza critici da riconoscere che anche un eroe è un essere umano.

 

Voto: 4

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