Gerda

Gerda – Russia  2021 – di Natalya Kudryashova

Drammatico – 111′

Scritto da Francesco Cianciarelli (fonte immagine: cinemany.ch)

Originariamente pubblicato su: https://cinemany.ch/gerda/

Il film di Natalya Kudryashiva, presentato nella sezione “Concorso internazionale” della 74° edizione del Festival di Locarno, è un magnifico e terribile ritratto della Russia contemporanea post-sovietica.

Lera è una ragazza di circa vent’anni che di notte sbarca il lunario facendo la stripper (nome d’arte: Gerda) e di giorno frequenta la facoltà di sociologia presso l’università di Mosca. Vive in un minuscolo appartamento con la madre malata e sonnambula, nel quale sovente piomba ubriaco e violento il padre che ha precedentemente lasciato la famiglia per un’altra donna, oltre a compilare interviste per conto dell’università, bussando alla porta di sconociuti nella periferia della capitale. Natalya Kudryashiva ci conduce alla scoperta dell’esistenza quotidiana di Lera/Gerda e delle persone che l’attorniano: piano piano porta lo spettatore a sprofondare con la protagonista in una desolazione morale e umana sempre più profonda, rendendo il dolore (suo e di chiunque altro) la cifra dominante del lungometraggio.

La regia è impietosa nel mostrare la devastazione antropologica della Russia contemporanea, facendo ricorso sia ad una fotografia dai colori freddi e desaturizzati, controbilanciati dal rosso intenso e inquietante delle scene ambientate nello strip-club, sia contrapponendo i corpi seminudi dei personaggi (tanto quello sensuale e volgare delle spogliarelliste, quanto quello dei clienti che si denudano per masturbarsi di fronte alla visione delle “ballerine” o per cercare di avere rapporti sessuali con loro) alla raffigurazione degli ambienti miseri e degradati in cui vivono, caratteristica particolarmente accentuata nelle scene che mostrano la quotidianità angusta delle persone che Lera intervista. Ambientato nella periferia di Mosca, la regista fa largo uso di campi lunghi e lunghissimi, in modo da rappresentare la protagonista all’interno del proprio spazio urbano, imprigionata fra gli enormi condomini logori e spersonalizzanti costruiti durante il periodo sovietico. Ciò che ci viene mostrato è un’umanità alla deriva: tanto le architetture e il paesaggio quanto le persone che ci vivono e che si muovono in esso sono relitti in preda alla disperazione e senza scampo. Nessuno tenta minimamente di fuoriuscire da questa condizione, ognuno è preda del proprio personale inferno privato e, al massimo, i personaggi si concedono di evadere momentaneamente tramite comportamenti autolesionistici: la droga, il sesso compulsivo, l’alcool e il pianto angosciato.

Mentre la macchina da presa indugia spesso sullo sguardo perso e ormai asettico di Lera verso il mondo che la circonda, unico modo per proteggersi e contenere la disperazione personale, il film viene strutturato sulla serie di incontri che scandiscono la sua quotidianità e che finiscono regolarmente nella più cruda desolazione: una ballerina muore dopo essere salita in macchina con un cliente, la madre sembra che stia passando a miglior vita, l’amico sbarca il lunario facendo il becchino…

All’oscena e impietosa miseria del presente si alternano sequenze oniriche ambientate in un ambiente selvaggio ma vergine: vediamo la madre della protagonista da giovane mentre tiene in braccio Lera bambina nella steppa russa illuminate da una luce calda e rasserenante, inoltre osserviamo quest’ultima mentre passeggia a piedi nudi nello stesso paesaggio boschivo. Queste ultime scene sono sottolineate da un ralenty particolarmente evidente, volto a evidenziare la contrapposizione tra la dimensione metafisica del sogno e il realismo del resto del film. La regista ha dichiarato che tramite queste sequenze intende proporre allo spettatore la consapevolezza che la realtà oggettiva non è l’unico ambito dell’esperienza umana, ma che esistono prospettive altre in cui è possibile abitare.

 

 

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